Questa mattina, alle ore 11,30, ho partecipato ai funerali di Leo. L'ho saputo ieri sera da Giorgio Angelini. Ero fuori casa e non ho potuto inoltrarvi l'annuncio. Probabilmente è stato deciso in fretta: non c'è stata tempestività di informazione.
La messa è stata celebrata da Don Paolino Serra Zanetti (parroco Via Castiglione), concelebrata da Padre Gabriele (opera padre Marella), Fulvio. Don Giulio era stato informato male sull'orario. Erano presenti il padre di Leo con la sorella e il cognato, una decina di volontari, altre persone da me non conosciute (ospiti del dormitorio?). Commovente l'omelia di Don Paolino e molto commovente il ricordo di Frate Gabriele. Leo ha avuto, a mio avviso, un degno funerale e l'estremo saluto da tante persone che gli volevano bene.
Paolo Antonante
Coordinatore alla Mensa della fraternità
Leonardo Niro lo hanno visto e lo vedevano in tanti, ma non lo conosceva nessuno. Non era infatti molto difficile vedere e imprimersi nella memoria quel "barbone" strambo e corpulento che, dopo essersi autoproclamato valletto ufficiale degli spettacoli di Beppe Maniglia, gironzolava per il centro della città ricoprendo -a volte non del tutto- il suo enorme ventre con i vestiti più assurdi, raccattati chissà dove. Ma se vederlo era cosi facile, conoscerlo era quasi impossibile. Quasi impossibile seguire i voli di una mente sicuramente malata, ma non per questo meno sensibile; quasi impossibile entrare in contatto con una coscienza certamente sconvolta e angosciata da fantasmi oscuri e profondi, ma non per questo meno capace di cogliere la trama più intima della realtà. Come quella volta che, avendo deciso di essersi trasformato da ospite abituale della Mensa della Fraternità ad importante funzionario di banca, firmò su un foglietto un "assegno" da un miliardo e lo regalo al card. Biffi dicendogli: "questo è per le spese". A saperlo vedere, ogni epoca ha il proprio s. Francesco che con il semplice gesto di un'elemosina puô mostrarci come stanno veramente le cose.
Eppure se conoscerlo era quasi impossibile questa non era una buona ragione per non provare a farlo per davvero. Certo i servizi per l'igiene mentale lo seguivano; certo qualcuno che gli dava due soldi o qualcosa da mangiare l'ha sempre trovato ed è pure vero che a un certo momento aveva anche avuto una casa dallo IACP, regolarmente trasformata dalla sua folle e inconsapevole generosità in covo per ogni sorta di profittatore di passaggio. Ma tutto questo non ha mai scalfito di un nulla la sua totale emarginazione, il suo essere veduto da tutti e conosciuto, affiancato, accudito da nessuno. Ora che non c'è più, ora che finalmente si sarà tranquillizzato sulla sua destinazione ultraterrena -un'altra delle sue più ossessive paure- ci si può anche limitare a ricordarlo cosi, come un'altro buffo personaggio della città che ci ha lasciati, sopraffatti per pochi secondi da quello stupore leggero leggero che ci fa pensare: «ma lì non c'era quel negozio? Beh, si vede che ha chiuso...». Oppure si può provare a riflettere insieme su di una realtà di solitudine e di isolamento che probabilmente con un poco di attenzione e di sforzo in più, con uno stimolo maggiore da parte di ogni tipo di istituzione, potrebbe essere affrontata meglio sotto tutti i punti di vista, provando a dare una risposta concreta e attiva a quel senso di disgregazione del tessuto sociale che ciascuno sente sempre più forte attorno a sè. Negli ultimi anni nella nostra città se ne sono già andati tanti altri uomini come Leonardo: Paolo Donvito, Mario Miarelli, Carlo Giovanetti... Della loro vita importava molto poco a quasi tutti, e questa è una verità dura ma difficilmente contestabile. Tuttavia torse è venuto il momento di ammettere che se c'importa cosî poco di queste vite, vuol dire che ci importa poco di vivere una vita la cui dignità non sia direttamente proporzionale alla lunghezza della nostra automobile, ma provi a misurarsi con altri parametri Questa consapevolezza è l'ultimo dei regali che con la sua morte Leonardo ci ha fatto: è una ragione più che sufficiente per tenercelo stretto e meditare.
Marcello e i volontari della Mense della Fraternità
Un arresto cardiocircolatorio ha ucciso Leonardo Niro, uno degli storici senza fissa dimora di Bologna. A chiamare il 118 è stata la direzione del ricovero per senza tetto "Sabatucci" [NdR propriamente "Centro Beltrame" in via Sabatucci (zona san Donato)], dove Leonardo era allogiato. Niro, che era nato a San Severo nel foggiano 49 anni fa, viveva a Bologna da anni.
Alto, corpulento, prediligeva camminare nella zona attorno Piazza Maggiore, dove non era inusuale che si fermasse e arringasse ad alta voce i presenti. Negli ultimi tempi le sue condizioni fisiche e psichiche si erano notevolmente aggravate.
trascritto da P.A.
Un senza fissa dimora "storico" del centro città
[NdR La versione de La Repubblica Bologna amplia il testo del televideo di Rete7
[...] Alto, corpulento, voce tonante e inconfondibile, Leonardo si aggirava di solito attorno a piazza Maggiore, dove spesso si fermava per arringare i passanti o gli ospiti di Palazzo d'Accursio. Le sue invettive, spesso molto colorite, in passato avevano raggiunto il sindaco e anche qualche questore delle passate gestioni. Legato da un rapporto di amore-odio alla polizia, Leonardo era notissimo in Questura, soprattutto fra i funzionari di qualche anno fa. Una volta inseguì un alto funzionario sin dentro il palazzo e gli agenti furono costretti ad allontanarlo. Negli ultimi tempi le sue condizioni fisiche e psichiche si erano notevolmente aggravate.
Barbone "dormiva" da due giorni, ma nessuno se n’era accorto
Era conosciuto da quasi tutti i bolognesi come uno dei barboni "storici" di piazza Maggiore ed è andato incontro alla morte portandosi dietro fino alla fine il suo destino di marginale. E’ morto solo, ma non per strada sotto i cartoni, bensì in quello che dovrebbe essere il rifugio assistito dei senza fissa dimora, in cui trovare conforto nelle notti gelate: il dormitorio comunale di via Sabatucci. Ma neppure lì Leonardo Niro ha trovato molta attenzione. Il suo cadavere è stato scoperto l’altra sera intorno alle 22,30 ma, a quanto risulta dai primi accertamenti, l’uomo eramorto nel suo giaciglio da almeno due giorni. Nessuno se n’era accorto. O meglio, nessuno aveva fatto caso al "sonno" così prolungato del poveretto, che da 48 ore non si alzava più. Il personale addetto alle pulizie del centro "Beltrame" aveva notato l’uomo a letto anche durante le ore diurne e percepito il cattivo odore crescente che proveniva dalla stanza, ma non ci aveva fatto troppo caso. In fondo, Leonardo era un uomo di strada, non certo avvezzo a farsi la doccia tutti i giorni e il lezzo proveniente dalla stanza era stato scambiato per un eccesso di mancanza d’igiene. Così almeno raccontano i suoi amici di Piazza Grande, gli unici che ora lo piangono e che puntano il dito contro la gestione del dormitorio pubblico, "una di quelle strutture che mantengono le persone in condizioni passive, lasciando che si abbandonino invece di curarne l’integrazione sociale". E aggiungono: "Questo è un posto dove non solo non esiste il recupero, ma neanche il dialogo. Vi sembra possibile che le persone pagate per gestire questo posto per 48 ore non si siano accorte di nulla? "Dai responsabili del "Beltrame" non giunge alcuna replica a questa domanda perché, cercati, non sono risultati reperibili.
Leonardo Niro era un senza fissa dimora che molti ricordano. Stazionava per lo più in piazza Maggiore e a volte arringava ad alta voce i passanti oppure fingeva con la mano di parlare al telefono. Il suo equilibrio psichico era fragile, ma era una persona pacifica. La sua passione era la musica di Beppe Maniglia e attorno al caratteristico performer della piazza lo si trovava sempre. Alto, massicio, con il ventre dilatato e prominente, Niro aveva 49 anni. Era originario di San Severi di Foggia, ma ormai viveva sotto le due torri da tanti anni e si considerava a tutti gli effetti un bolognese. Secondo il referto medico, la morte è sopraggiunta per arresto cardiocircolatorio. Chi lo conosceva dice che negli ultimi tempi le sue condizioni di salute non erano buone, in particolare era afflitto da una brutta bronchite. Al Sabattucci dormiva di solito con un altro compagno di strada, che però negli ultimi giorni era stato fuori. Soltanto l’altra sera, quando è tornato per dormire, si è reso conto che il cattivo odore nella stanza non era dovuto a scarsa igiene del compagno e ha dato l’allarme. «Noi barboni "doc" stiamo organizzandogli il funerale -dicono gli amici- Ci andremo con appesi al collo cartelli di protesta contro chi tollera queste situazioni. Ma soprattutto chiederemo a Beppe Maniglia di venire a suonare l’ultimo rock per Leonardo».
Serena Bersani
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san Giovanni in Persiceto, 28/II-01/III/2001