| Chiusura temporanea della mensa Comunicato stampa del 18/VI/2001 Rassegna stampa di luglio |
da Avvenire Bologna7, 2001 giugno 24 pag. 4
CARITAS La struttura di via S. Caterina interrompe l’attività l’1 luglio: troppe le emergenze
Don Nicolini: "Ritroviamo i modi di un’opera ecclesiale"
Molte volte il nostro Arcivescovo ci ha ricordato che non è compito della Chiesa risolvere i problemi sociali. Essa manifesta i segni della Fede e dunque in modo privilegiato la Carità, desidera comunicare il Dono di Dio che è Gesù a tutti gli uomini e a tutte le donne della terra, ama manifestare l'attenzione affettuosa del Signore verso i più piccoli tra i suoi figli, è pronta a essere loro difesa e loro voce quando si trovano nell'abbandono e nella disperazione per le ferite o le ingiustizie della loro storia, ma non vuole confondere tutto questo con i progetti e i provvedimenti che la società civile deve attuare per loro. Al di là quindi dell'emergenza attuale, una grande città come Bologna è dunque chiamata a prendere atto e a provvedere nei confronti di problemi come quelli che il comunicato stampa rapidamente segnala.
Per la nostra Mensa questo diventa occasione per riflettere e per rinnovarsi secondo la finalità che si è proposta al suo sorgere, quella di essere un piccolo segno di fedeltà all'Eucaristia attraverso un atto fraterno verso i più piccoli e i più deboli.
Certo è un momento non facile, soprattutto per chi ogni giorno offre tempo, mani e cuore, e vive con sollecito affetto il suo servizio per i poveri. "Chiudere" fa impressione, fa quasi paura: non si tratta di un aiuto qualsiasi; si tratta del cibo. Peraltro non possiamo pensare di avere semplicemente il compito di dare da mangiare: una Mensa è accoglienza, conoscenza, affetto, consolazione, la perta aperta a tutti non vuol dire l'anonimato di un self-service. La condivisione del pane terreno ha nello sfondo e in radice, e quindi nella speranza, la condivisione di quello celeste. Quando "fecero una Cena" per Gesù, a Betania, la diaconia di Marta non poté rinunciare al gesto esuberante e affettuoso di Maria. In questo tempo di chiusura che non abbiamo voluto definire nella sua durata per consentire una libera e ampia riflessione di tutti coloro che operano alla Mensa, tempo che speriamo e vogliamo il più breve possibile, vuole appunto restituirle quella proporzione numerica e quello stile di affettuosità accogliente che la deve caratterizzare.
Intanto speriamo che l’'Amministrazione Comunale che si è mostrata attenta e comprensiva verso questo problema trovi le vie più stabili e definitive per offrire un servizio ormai del tutto necessario. I Centri di Ascolto della Caritas sono pronti e in grado di collaborare per l'assegnazione dei buoni pasto che il Comune ha già previsto e che cominceranno a essere erogati tra pochi giorni.
L'intera comunità cristiana ha l'opportunità di usare questo tempo per riflettere sulla collaborazione di ogni tipo che i singoli, le parrocchie, le associazioni, i movimenti e i gruppi possono prestare per togliere da ogni rischio di isolamento quest’opera tanto preziosa della Chiesa bolognese. L’impegno sapiente e appassionato del nostro direttore, il diacono Fulvio Mariani, saprà trovare per ogni persona il modo di rendersi utile.
Tutti, potremo tenerci molto vicini nel vincolo della preghiera, perché nella pace dei cuori possiamo servire il Signore nei nostri fratelli.
don Giovanni Nicolini
Da Il Resto del Carlino Bologna, 2001 giugno 24 pag. XVIII
Talvolta sembra difficile resistere. Come in questi giorni preziosi e delicati, nei quali ho fatto sapere della chiusura temporanea, e breve nella mia speranza, della mensa di via Santa Caterina. Da molti mesi sembrava necessario ai vari responsabili del centro San Petronio ritrovare attraverso una piccola sosta il volto più profondo e più accogliente di questo luogo della carità bolognese. Da ultimo gli operatori si sentivano soverchiati da una situazione al di là delle loro forze: va ricordato in proposito che l'ospite della nostra mensa non è mai stato ricevuto solo per "dargli da mangiare", ma sempre all'interno di un itinerario attraverso il quale i Centri di ascolto della Caritas aiutano le persone in un percorso che le liberi da tutte le ferite che le tengono prigioniere: mancanza di casa, di lavoro, di documentazione giuridica, di appoggio terapeutico, di inserimento scolastico dei figli... e anche di affetto, di relazioni arnichevoli, di festa...
La certezza che non potevamo noi pretendere di andar verso tutti per risolvere tutti i problemi di tutti, abbiamo pensato di provare a rimettere a disposizione tutto quello che abbiamo e possiamo per aiutare quante più persone riusciamo ad accogliere, salutare, ascoltare, prendere per mano, seguire, consolare... Peraltro Bologna del duemilauno non è Bologna medievale quando di fatto solo la comunità cristiana si occupava del bene della gente: scuola, ospedale, assistenza, soccorso ai poveri... La parola "minestra" è il ricordo che questo cibo povero ed essenziale era quello che in ogni caso il convento doveva "ministrare"; la domenica, giorno "pio", si doveva servire anche una "pietanza"!
Bologna non è Nairobi dove ho visto le mamme gettare i loro bambini al di là del muro dove nella loro povera casa le suore di Madre Teresa di Calcutta preparano ogni giorno decine e decine di chili di riso scondito; al quale quei piccoli non riuscitubbero ad arrivare prima della massa disperata di gente che preme contro il cancello.
A Bologna certamente l'Amministrazione pubblica può e deve organizzare un servizio di emergenza. A Bologna la comunità cristiana certamente può e deve accogliere ogni persona non solo per la diaconia di Marta, ma anche per il "profumo" di Maria che è minestra e pietanza, e anche mano affettuosa perché tutta la vita si illumini. Cerchiamo di non lasciarci scoraggiare dagli attacchi di questi giorni. Soprattutto da parte di chi giudica, disapprova e aggredisce in nome del Vangelo del Signore.
don Giovanni Nicolini
Da La Repubblica Bologna, 2001 giugno 23 pag. V
<http://www.repubblica.bologna.it/archivio/20010623/cronaca/05boys.html>
L'assessore Pannuti ha aperto un tavolo di confronto con la Caritas sulla chiusura della mensa dei poveri
Tra poco più di una settimana chiuderà la mensa della Caritas per i poveri e il Comune di Bologna sta predisponendo la distribuzione di buoni pasti per rifugiati, tossicodipendenti e malati psichici assistiti dal servizio di via Santa Caterina. «Sono assolutamente d'accordo sul fatto che questa sia una soluzione di emergenza - ammette l'assessore alle politiche sociali Franco Pannuti - Sono cinquemila, per un totale di 65 milioni di spesa i buoni che distribuiremo nei prossimi due mesi, da consumare in diversi luoghi della città. A giorni saranno affidati alla Caritas che avrà il compito di suddividerli tra i suoi assistiti. Del resto, il problema è emerso a giugno quando il bilancio dell'amministrazione comunale era già chiuso da tempo: che cosa potevamo fare di più?».
Ma passati i due mesi che cosa succederà?
«Abbiamo già aperto in questi giorni un tavolo di trattative con don Nicolini della Caritas. Se ci sarà ancora bisogno di questo genere di assistenza e, soprattutto, se troveremo altri soldi come mi auguro, distribuiremo altri buoni».
Quali possono essere le soluzioni, al di là dell'emergenza?
«Ne stiamo discutendo, è prematuro parlarne».
Alla Caritas sostengono di essere un'opera ecclesiale che lavora nel segno della fede e che non può dare risoluzione ad un problema sociale e civile.
«Sono assolutamente d'accordo con loro: questo è un problema sociale ma a Bologna di problemi sociali ce ne sono molti».
Come pensa che reagirà chi si trova in una situazione di emarginazione a vedere sostituita la propria mensa con buoni pasto da spendere in un bar qualunque?
«Questa è la stessa obiezione che mi fece la sinistra quest'inverno quando distribuimmo i pasti per strada ai senza fissa dimora: ma come, mi dissero, questa non è una soluzione. E' vero, però almeno questa amministrazione ha fatto qualcosa, quella di prima niente. Noi davanti all'emergenza abbiamo risposto così; sarà una piccola cosa ma meglio che niente».
La Caritas, comunque, per affrontare l'emergenza aveva chiesto la distribuzione di settemila buoni pasto. Basta fare un piccolo conto per capire che un vero e proprio temporale si abbatterà dal 1 luglio sugli abituali frequentatori della mensa di via Santa Caterina. La Caritas avrà infatti a disposizione solo 5.000 buonipasto, e dovrà dividerli per i sessanta giorni dei due mesi di chiusura. Con una semplice divisione ci si rende conto che solo 83 persone al giorno potranno mangiare, contro i duecento della mensa Caritas. Non sarà certo facile gestire la nuova situazione. Per tante persone la mensa era una certezza, uno dei pochi momenti sicuri di una giornata pesante. La sveglia spesso data dai vigili perché si dorme sotto i portici e i negozianti protestano, il giro delle parrocchie alla ricerca di elemosine. Il pasto in Santa Caterina era anche un incontro con gli altri. Non sono certo da invidiare coloro che dovranno, fra duecento persone che chiedono un «buono», dire 83 volte sì e ripetere no agli altri centodiciassette bisognosi.
Francesca Parisini
da La Repubblica Bologna, 2001 giugno 23 pagg. I e V
<http://www.repubblica.bologna.it/archivio/20010623/speciale/01bolosix.html>
LA REPLICA
L'OPERAZIONE della chiusura temporanea della mensa San Petronio viene indubbiamente condotta con il desiderio di dare un segno di pace. Vogliamo cogliere la vastità di un fenomeno, affrontarlo e tentare di risolverlo, ritenendo che non si debba colpevolizzare nessuno, prima di tutto chi ha bisogno. Chi è nella città in condizioni di povertà, lo è per disagio mentale o tossicodipendenza, che sono nemici che creano vittime più che responsabilità personali. Lo stesso vale per gli stranieri che per tanti motivi si trovano in mezzo a noi.
D'altra parte viviamo oggi in una situazione che non è più quella in cui la Chiesa era l'unica realtà ad occuparsi del tessuto sociale, dalle scuole agli ospedali fino alle condizioni di povertà. Oggi viviamo in una società pluralistica e organizzata dove, pur rimanendo auspicabile ogni libera iniziativa dei cittadini, sono lo Stato e la sua amministrazione che si sono assunti i vari problemi della società. In tal modo la Chiesa è più libera di celebrare e manifestare i segni della sua fede secondo modi e contenuti intimamente connessi alle sue finalità. Anche tutta la vicenda della mensa di San Petronio rientra in questa opportunità.
SAREBBE confessionalismo se la comunità cristiana pretendesse di assumersi tutti i compiti della società civile. La nostra mensa, comunque, vuole riaprirsi a brevissima scadenza e intende ricevere coloro che, attraverso il lavoro dei centri di ascolto della Caritas, si segnalano per particolari condizioni di disagio o di dolore.
Per altro, gli stessi centri aderirebbero all'invito rivolto loro dalla pubblica amministrazione, di individuare anche i casi che l'Amministrazione stessa provvederebbe a soccorrere. Concretamente, questi buonipasto messi a disposizione dal Comune verrebbero affidati per la distribuzione ai centri di ascolto.
Probabilmente l'ente pubblico avrà problemi per capire come normalizzare un intervento che per ora si presenta più come risposta a un'emergenza che un normale servizio.
La mia speranza è che in ogni modo la mensa San Petronio possa rapidamente riaprire. La nostra speranza è che, anche nella pace del quartiere dove è situata, possa accogliere con più affetto, con più intense relazioni e con più efficacia, chi per tanti motivi si trova esposto alla sua disperazione. Già in questi giorni è in atto una granbe riflessione da parte di tutti gli operatori della mensa: volontari, obiettori, decine e decine di donne e uomini che da molti anni si alternano ogni giorno in questo servizio.
Voglio ringraziare Repubblica, e gli altri organi di informazione, per tutto l'aiuto che potranno darci, nella custodia della pace e della crescita della speranza.
don Giovanni Nicolini
da La Repubblica Bologna, 2001 giugno 22 pag. I
IL CORSIVO
Buoni-pasto invece della mensa
ERANO l'immagine di Cristo: dal primo luglio saranno gli impiegati dell'indigenza. La mensa Santa Caterina della Caritas, storico desco dei derelitti di Bologna, chiude i battenti. Anziché un gesto cristiano, i poveri riceveranno un burocratico ticket da 13 mila lire spendibile in novemila bar e ristoranti. Il Comune ne metterà a disposizione cinquemila per due mesi (c'è pure il giallo: secondo la Caritas l'accordo era per settemila). Comunque, dovrebbero bastare.
Ma tutto non è come prima. Non può essere considerato solo un passaggio di consegne il fatto che la Chiesa (la stessa che chiede l'8 per mille per «opere caritative») decida di esentarsi dall'autoimposto dovere morale della carità, dirottando in Comune i bisognosi che bussano alla sua porta. Le ragioni sono state spiegate: troppi poveri in cerca di un piatto di minestra, ma soprattutto troppo diversi da quelli che la Chiesa sente suo dovere assistere. Tossicodipendenti, immigrati, malati mentali non sono i barboni tradizionali, e «la Chiesa non può essere la soluzione dei problemi sociali»: proclamato dal cardinale Biffi, il concetto viene messo in pratica con una decisione che è un atto politico (il rifiuto di supplenza del potere civile), ma che riscopre la distinzione medievale fra «poveri virtuosi» e «poveri vergognosi», tra poveri «della Chiesa» e «del Re», tra ammessi e non ammessi a un gesto che «vuol essere segno della fede cristiana», utile a chi lo fa più che a chi lo riceve.
Ma nessuno può pretendere che la Chiesa sfami i poveri (anche quelli «buoni») se ritiene di non doverlo più fare. Tocca alla collettività prendersi cura dei suoi figli più fragili. Può farlo in molti modi. Ne ha scelto uno curioso: distribuire loro gli stessi buoni-pasto che le aziende offrono ai dipendenti per il brunch. Bologna inventa il fringe-benefit del senza-casa, il fuori-busta dell'emarginato. Protesteranno forse gli impiegati quando divideranno il tavolino del bar con lo sbandato. Può essere uno choc salutare: vedremo che gli sbandati esistono. In fondo quella mensa nascosta più che la coscienza del credente solleva quelle laiche della città del benessere.
Michele Smargiassi
da La Repubblica Bologna, 2001 giugno 21 pag. VII
Dopo la chiusura della mensa
LA CISL boccia i buoni pasto annunciati dal Comune a seguito della chiusura della mensa Caritas, in via Santa Caterina, dal primo luglio. «Così si torna all'assistenzialismo, la mensa invece era un luogo di relazione e di recupero. Tra l'altro non si capisce come i buoni potranno essere spesi in un bar o ristorante di Bologna senza creare problemi». Scuote la testa Alessandro Alberani, segretario Cisl, e rilancia. «La decisione della Caritas, che va solo ringraziata per quello che fa, è allarmante. Pone un problema alla città, non si può rimanere indifferenti». Per Alberani «devono funzionare di nuovo i servizi del Comune e della Ausl», dai Sert ai dormitori, «con percorsi di recupero delle persone». «Il Comune ha aumentato i posti letto -dice- ma continua ad esserci chi dorme in strada. Dobbiamo capire il fenomeno dell'esclusione sociale, non ci sono solo i senza dimora, ma anche gli alcolisti e i tossicodipendenti. Aumenta una certa tipologia di povertà e non vengono date risposte. Occorre programmare la solidarietà e aiutare di più le associazioni che si occupano del disagio». Il Comune non specifica dove potranno essere spesi i buoni pasto, una delle ipotesi sulla quale sembra lavorare è l'individuazione di una mensa aziendale. «Voglio vedere in quali esercizi queste persone potranno spendere tranquillamente il buono» si chiede Gaetano Armaroli, coordinatore della commissione sicurezza sociale del Savena. E ancora: «Ha ragione don Nicolini a dire che sono diminuiti i luoghi gestiti dal volontariato che offrivano cibo, ma chiudere il più importante peggiorerà la situazione».
da Avvenire, 2001 giugno 20 pag. 19
Bologna. Dopo 24 anni chiude i battenti la Mensa-Caritas del Centro San Petronio, dal 1992 in via Santa Caterina, istituzione storica nella città felsinea. Una chiusura non definitiva: dal 1° luglio il servizio verrà sospeso -spiega don Giovanni Nicolini, vicario episcopale per la carità- per essere poi riaperto «nelle proporzioni e nei modi che più tipicamente appartengono a un'opera ecclesiale che vuole essere segno della fede cristiana, ma non vuole e non può porsi come risoluzione di un problema sociale e civile». Gli ospiti della mensa sono passati dagli 80 dei primi tempi ai 200 di oggi. Ed è cambiata la tipologia: persone affette da infermità mentale, tossicodipendenti e immigrati, spesso giovani, hanno preso il posto degli anziani e dei «poveri cronici» che costituivano l'utenza originaria. Una situazione che si è fatta sempre più difficile da affrontare. Intanto, per tre mesi il Comune metterà a disposizione 7 mila buoni pasto.
da La Repubblica Bologna, 2001 giugno 20 pag. VI
Il direttore della Caritas spiega il perché della chiusura "per riaprire"
"Travolti di richieste, con pochi volontari. Così non ce la facciamo più, meglio fermarci. Ma è solo una pausa temporanea"
SUOR Anna Maria, dopo la preghiera e il segno della croce, chiama i numeri, «sessantuno, sessantadue....», ritira il fogliettino di carta e fa passare. Non sono neanche le sette di sera, la mensa è già aperta. «Era nata come servizio per stare con la gente, questa sera invece io non riuscirò nemmeno a capire perché quella mamma è lì che mangia con due bambini». I numeri, una volta erano persone, è questo forse il cruccio più doloroso dei volontari. «Così non ce la facciamo, meglio fermarci», dice il direttore della mensa Caritas in via Santa Caterina, Fulvio Mariani, il giorno dopo l'annuncio della chiusura dal primo di luglio. «Ma è una chiusura per una riapertura, è solo una pausa perché continuando così saremmo stati costretti a chiudere veramente per necessità, invece di rincorrere ciò che sta succedendo vogliamo capire, per essere pronti ad accogliere meglio» ripete più volte. E' diacono, viene da Trieste, due figli e un impegno come responsabile al centro San Petronio per la mensa da quattro anni. «Per me non esiste fatica, sono figlio di profughi di guerra. Ma come direttore di difficoltà ne ho molte: è aumentato il numero degli utenti, è diminuita la disponibilità dei volontari».
In centocinquanta si danno il cambio per tutti i servizi del centro San Petronio, dai pasti alle docce, alle borse lavoro. Ieri sera erano in tre ad assistere gli ospiti ai tavoli, due suore, tre cuoche in cucina a cuocere la pasta e a servirla, con tonno e zucchine di secondo. La chiusura? «Ci dispiace» dice la suora gentile mentre un anziano signore la saluta, «ci vediamo domani». «E adesso chi glielo dice?». Ma, sussurra, «la mensa riaprirà in fretta». «Vengo in genere al martedì, dalle tre e mezza alle sei e mezza - spiega Magda, in cucina - siamo in pochi, come si fa». Paolo, volontario di tutte le sere, «il problema grosso è che vogliamo dire alle autorità competenti che facciano la loro parte, non possiamo prenderci a carico tutti, la situazione è cambiata, si è gonfiata nell'ultimo anno, a volte ci sono le risse. Per noi è importante aiutare i più poveri dei poveri». Il confronto tra volontari è aperto, la decisione non facile e presa a malincuore suona più come uno «strappo», per farsi sentire dal Comune, per accelerare il progetto di consegnare buoni pasto, almeno settemila per tre mesi, da spendere nei luoghi di ristorazione della città. «Non possiamo supplire a un'opera pubblica» ha ripetuto in più occasioni don Giovanni Nicolini, direttore Caritas.
«Certo che pesa - dice Fulvio -, ti senti inadeguato. Ma noi non vogliamo chiudere, ad agosto, quando chiuderà anche l'Antoniano, ci saremo per evitare il disagio». Ieri, una serata tranquilla. Centocinquanta persone ogni giorno. Un tossicodipendente è sdraiato sulla panchina all'ingresso, ci sarà bisogno di una ambulanza. I nuovi poveri. Molti immigrati, dal Sud e dall'Est, quelli che anche con il lavoro non trovano la casa a Bologna, quelli accusati dagli italiani di avere tutto, «e noi niente», una guerra tra poveri. Chi viene dall'Egitto, «dormo in strada», chi è a Bologna da undici anni, viene da Napoli, «non ho casa», chi è donna e disperata, «mangio qui da due giorni, qui ti aiutano», chi è ragazzo e gira di città in città. La mamma è una giovane che viene dalla Romania, i suoi figli affondano la forchetta di plastica nel piatto di pasta al pesto, hanno gli occhi grandi, sono senza casa. Un signore al tavolo a fianco dice al vicino, «hai letto il giornale? Chiude la mensa», e poi canticchia, «i poveri non li vuole nessuno». Qui fanno la fila ogni sera.
Ilaria Venturi
da La Repubblica Bologna, 2001 giugno 19
La struttura non ce la fa. Accordo d'emergenza con l'assessore Pannuti per settemila buoni pasto
"Troppe richieste dei poveri, deve pensarci il Comune"
TROPPI poveri, la mensa Caritas di via Santa Caterina chiude dal primo luglio. Il disagio che aumenta, la fila sempre più lunga di persone in cerca di un pasto, da ottanta a duecento in pochi mesi, immigrati, rifugiati, tossicodipendenti, malati psichici, ha messo in ginocchio anche i volontari. Una condizione di «crescente degrado», scrive la Caritas, che non è solo problema del quartiere, più volte scosso da episodi di violenza ed emarginazione al di fuori della mensa. «Così non potevamo andare avanti, in queste condizioni di affollamento, di anonimato, non riuscivamo più a rendere un servizio buono ai poveri secondo al nostra fede» dice don Giovanni Nicolini, presidente della Caritas diocesana e vicario episcopale per la carità.
Una decisione destinata a scuotere la città. Non a caso, don Giovanni parla di «scelta meditata e sofferta della chiesa bolognese, dei suoi vescovi», di «grande tremore del cuore perché siamo di fronte alla povertà della gente». La chiusura, comunicata ieri dalla Caritas, solleva un problema già denunciato nei mesi scorsi. «I nostri volontari sono rimasti sempre più impressionati nelle ultime settimane da questa ondata crescente di ospiti, così abbiamo deciso una pausa di riflessione. Abbiamo preso l'iniziativa di fissare la data di chiusura della mensa - dice Nicolini - speriamo che la cosa possa avere un suo effetto». Ed è della stessa Caritas l'annuncio che sarà il Comune a mettere a disposizione circa settemila buoni pasto per tre mesi da consumare in luoghi diversi della città. L'intervento permetterà alla mensa del Centro San Petronio di sospendere la distribuzione dei pasti, mentre i centri di ascolto della Caritas svolgeranno il servizio di assegnazione dei buoni. Un intervento richiesto e messo a punto dopo un confronto con l'amministrazione.
Non è la prima volta che la Caritas pone sotto i riflettori un'emergenza della città. E' ancora fresca la denuncia sul dramma degli esuli politici, costretti a vivere in strada, e la polemica sulla rinuncia da parte del Comune dei fondi per un centro di accoglienza. Ora i poveri, chi cerca da mangiare. «Vogliamo portare fuori da uno spazio privato un problema che è della città» dice don Giovanni. «In una grande città come Bologna questo problema sociale non può riguardare solo dei volontari». La situazione attuale della mensa, nata come servizio di fraternità, «in un clima famigliare, di ascolto e di accoglienza», è descritta in modo drammatico. «Condizioni di crescente degrado e disagio dovute a infermità mentali non adeguatamente soccorse, il fenomeno grave della tossicodipendenza e l'ondata impressionante di popolazioni straniere immigrate e fuggitive nel nostro paese hanno rapidamente raddoppiato gli ospiti della mensa che ora tendono quasi a triplicarsi», «l'antico frequentatore, anziano e segnato dalla povertà cronica, si è spesso ritirato, intimidito da un nuovo ospite in genere più segnato dalla esasperazione e dalla violenza». La mensa riaprirà, assicura don Giovanni, senza fissare una data. «Vogliamo farlo nei modi di un'opera ecclesiale che vuole essere segno della fede cristiana e non una risoluzione di un problema sociale e civile».
Ilaria Venturi
dal Resto del Carlino Bologna, 2001 giugno 19
«La mensa del Centro San Petronio in via Santa Caterina si trova davanti alla necessità urgente di fare una sosta di riflessione circa il significato profondo della sua origine, il suo modo di collocarsi oggi nell'orizzonte della chiesa e della città e le sue prospettive per il tempo futuro». Don Giovanni Nicolini, vicario episcopale per la Carità, annuncia così la chiusura, dal primo luglio prossimo, della mensa-Caritas di via Santa Caterina. C'è stata una crescente emergenza che, negli ultimi anni ha fatto lievitare «in modo abnorme» il numero degli ospiti della mensa e anche la loro tipologia. Ad esempio, don Nicolini punta l'indice su condizioni di crescente degrado e disagio dovute a infermità mentali, e all'arrivo di persone straniere «immigrate e fuggitive nel nostro Paese». Tutte cose che «hanno rapidamente raddoppiato gli ospiti della mensa che ora tendono quasi a triplicarsi avvicinandosi spesso alle duecento persone contro le ottanta previste all'inizio». Anche la tipologia e l'età degli ospiti sono molto mutate: «a una popolazione caratterizzata per lo più dall'età avanzata e dalla povertà cronica è succeduto un utente in genere molto più giovane e afferrato dalla problematicità di un'emergenza sempre crescente e diversa».
Così l'antico frequentatore della mensa si è spesso ritirato, «intimidito da un nuovo ospite in genere più segnato dalla esasperazione e dalla violenza».
Don Nicolini non manca di osservare che «contemporaneamente sono diminuiti i luoghi gestiti dal volontariato che in città offrivano cibo» a chi è in difficoltà. Al posto della mensa, grazie agli accordi con le istituzioni, verranno distribuiti buoni-pasto «utilizzabili in luoghi diversi della città e che - spiega don Nicolini - con l'intervento dell'istituzione pubblica saranno circa 7 mila in un trimestre». I centri di ascolto della Caritas diocesana svolgeranno il servizio di assegnazione dei buoni.
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san Giovanni in Persiceto, 22-24/VI/2001