Napolidavedere

Un itinerario impossibile per vedere tutto in 7 giorni

Questa pagina, nata come un telegrafico elenco di cose da visitare e scritta di getto a più riprese, è diventata man mano un diario di cose viste e quindi una lavagna per schizzi e ricordi.
(28/V/2004) In vista dell'estate, pubblico una nuova versione notevolmente estesa ed arricchita anche se non sono riuscito a portare a termine una doverosa revisione (e omogeneizzazione) del testo.

  1. Napoli 1
  2. Napoli 2
  3. Isola a scelta
  4. Napoli 3
  5. Pompei, Ercolano e il Vesuvio
  6. Campi Flegrei
  7. Caserta
  8. Penisola sorrentina e costiera amalfitana

1° giorno: Napoli 1

Trasferimento

soluzione mattutina
(**)
soluzione pomeridiana
(*****)
6.52 Persiceto-Bologna14.03-14.25 Persiceto-Bologna
7.48-12.30 ES Bologna-Napoli14.48-17.30 ES Bologna-Roma
17.45-19:26 ES Roma-Napoli Mergellina (-15 minuti)
metropolitana linea 2, Piazza Garibaldi-Montesanto idem, Mergellina-Montesanto

"E uscimmo a riveder le stelle": ritornati in superficie dopo il breve spostamento sotterraneo, piazzetta Olivella rappresenta il primo contatto con la caotica vitalità di Montesanto. Ci lasciamo trasportare dal fiume umano verso la vicina piazza Montesanto, dove saremo un po' storditi dal fitto via-vai di gente e dal zig-zagare dei motorini. A destra la strada sale per un breve tratto per poi trasformarsi in maestosa e solitaria scalinata; più in alto, inaccessibile da questo versante, si innalza Castel sant'Elmo. Anche a sinistra, oltre la facciata della chiesa, la strada sale, ma questa volta è un salire effimero che, superato l'antico crinale, scende verso piazza Dante. Su piazza Montesanto, benché non tanto grande, si affacciano la chiesa di santa Maria a Montesanto, il capolinea della funicolare, la stazione della ferrovia Cumana, oltre alle aperture straripanti di mercanzia sul marciapiede dei caratteristici negozietti e agli ancor più caratteristici venditori ambulanti (la "bananara", Micciuvello "il più noto acquafrescaio di Napoli"). Ci incamminiamo lungo l'unico sfogo della piazza in leggera discesa, via Portamedina, per poi girare quasi subito sui basoli sconnessi di vico Rosario a Portamedina. In fondo alla via, oltre i gradini, ritagliata fra le due file di case in prospettiva, si intravede già la chiesa barocca di santa Maria del Rosario che, quasi sospesa non avendo l'occhio una linea continua di raffronto, si distingue per la facciata pulita e il grazioso portico trapezoidale. Saliti pochi gradini (e facendo attenzione ad attraversare la curva veloce di via Rosario a Portamedina), un po' di respiro al tessuto urbano è dato da piazzetta Rosario a Portamedina tagliata in due da una larga scalinata.

Il "residence"

Situato a Montesanto, subito a nord dei Quartieri Spagnoli, si trova nei vicoli già movimentati dalla ripida salita del pendio coronato da Castel sant'Elmo. A pochi passi dal centro antico, è situato in una zona verace e vitale di Napoli, a due passi dal variopinto e affollato mercato quotidiano della Pignasecca. Come raggiungerlo: c'è solo l'imbarazzo della scelta, trovandosi in un punto nevralgico dei trasporti napoletani. Dietro l'angolo c'è la stazione terminale della Cumana e Circumflegrea (con frequenti treni per Pozzuoli e Campi Flegrei), la funicolare di Montesanto (che porta su al Vomero) e la metropolitana (stazione Montesanto, che porta in 5 minuti alla stazione Centrale FS/Circumvesuviana o a Mergellina dall'altra parte, dove pure fermano alcuni Eurostar, poi Bagnoli e Pozzuoli). Il Molo Beverello con i traghetti per le isole (comprese Sicilia e Sardegna) è a circa 15 minuti a piedi.

Nota al sistema dei trasporti napoletano

Trattasi di sistema capillare ed efficiente, al contrario di quanto si può comunemente presumere. Non per niente la prima ferrovia italiana fu la Napoli-Portici (precisamente Napoli-Gragnaniello, 3 ottobre 1839), oggi primo tratto della Circumvesuviana.

Ferrovie Napoli è collegata a Roma da due linee ferroviarie: quella ordinaria si biforca nell'ultimo tratto a Villa Literno ricongiungendosi a Napoli Centrale o, meglio, incrociandosi, perché da Mergellina si arriva sottoterra a Napoli Piazza Garibaldi (che è sotto appunto Piazza Garibaldi, la piazza su cui si affaccia la stazione).
Appena lasciata Roma si osserva lo stratificarsi del tessuto urbano attorno all'acquedotto romano che poi riesce finalmente a rimanere indipendente e maestoso nei pressi della via Appia antica; quindi si scorge il regolare e preordinato tracciato della campagna di Latina (razionale fondazione di Mussolini; si noti verso il mare il massiccio del Circeo che si eleva solitario dalla circostante pianura); poi non possono passare inosservati i paesi arroccati di Monte san Biagio, Itri e Sessa Aurunca e gli aridi monti Aurunci fittamente punteggiati da massi affioranti; infine, prima di piombare nel misto di decadenza e ordinarietà (i terrazzini strapieni e i panni stesi) della fitta periferia napoletana (a partire da Aversa), il cuore si allarga mentre la vista si dispiega sulla distesa del mare che appare all'improvviso dietro un folto pendio poco prima di Formia, lasciando a destra il braccio ruvidamente posato sul mare del promontorio di Gaeta (se la visibilità è superlativa, sul lato opposto si scorge già, appoggiata sulla tavola del mare, la sagoma montuosa dell'isola di Ischia!). L'imminente arrivo a Napoli Centrale è preannunciato infine dalla famigliare sagoma del Vesuvio e del monte Somma.
La soluzione pomeridiana si distacca da quella mattutina a Villa Literno, all'ingresso nel territorio dei Campi Flegrei, quando le due cime di Ischia fanno capolino al di sopra della selvaggia collina dell'acropoli di Cuma, e rinuncia quindi alla periferia napoletana per attraversare l'antica caldera di Quarto, un movimentato catino verde in cui il treno entra ed esce attraverso due gallerie che penetrano l'alta ripa che lo delimita tutt'intorno. Dopo la prima galleria, se si fa attenzione, sulla sinistra si vede spuntare a pochi metri dalla massicciata ferroviaria la copertura a cuspide esagonale del monumento funerario romano detto "la Fèscina". Ovunque si volga lo sguardo, la sensazione è quella di trovarsi all'interno di un enorme cratere ricoperto dalla vegetazione e punteggiato da case. Mentre il treno attraversa la seconda galleria, poco più in là il tracciato stradale sfrutta invece la "montagna spaccata", un'imponente fenditura aperta dagli ingegneri e schiavi romani. Si sfiora poi il monte Barbaro, quindi ricompare il mare, e questa volta è lo splendido golfo di Pozzuoli sul fare del tramonto e, se prima da Formia le isole Pontine non si vedevano (troppo lontane e piccole), qui oltre Capo Miseno appare la sagoma di Procida con il castello d'Avalos che prolunga la parete verticale della scogliera verso il cielo bigio, mentre Capri giace maestosa dall'altra parte, e sembra quasi di poterla toccare. Ma il treno prosegue inesorabile la sua corsa e ci ritroviamo quasi senza accorgercene a Pozzuoli: si vede il porto e il promontorio del Rione Terra, con le case disabitate le cui finestre senza infissi danno sul buio. Poco più avanti gli imponenti relitti industriali di Bagnoli stridono con Nisida e lo strapiombo della falesia di Posillipo, mentre il treno attraversa Fuorigrotta. Il viaggiatore attento scorgerà sulla sinistra, poco prima che il treno si fermi e che l'aria in pressione apra le porte sbuffando, l'imbocco della galleria romana che unisce Piedigrotta a Fuorigrotta tagliando la falesia di Posillipo (e mettendo quindi in collegamento Napoli con Pozzuoli, imitata poi dalla galleria ferroviaria e da due tunnel stradali) e la bianca sagoma della tomba di Giacomo Leopardi. L'arrivo nella stazione rococò di Mergellina è decisamente più piacevole di quello della soluzione mattutina a Napoli Centrale (e per fortuna che si scende comunque subito nella metropolitana senza affacciarsi sull'enorme e caotica piazza Garibaldi).
L'altra linea ferroviaria, usata in caso di disagi sulla linea principale, è più lunga e lenta, e sembra di non arrivare mai. Il paesaggio, tutto nell'entroterra, è più selvaggio e solitario. In compenso, per un lungo tratto siamo accompagnati dal convento di Montecassino che ci vigila solitario dall'alto, mentre più tardi all'improvviso scorre sulla sinistra l'interminabile facciata della Reggia di Caserta (la stazione ferroviaria serviva proprio la reggia). Da Caserta a Napoli ci sono ancora una volta due linee diverse: per Aversa (che da lì si inserisce sulla linea ordinaria) e, simmetricamente rispetto al percorso in linea d'aria, per Acerra.

Ferrovie locali Sono sempre linee ferroviarie:

La Cumana dapprima sta più a nord, quindi poco prima di Bagnoli incrocia la linea 2 metropolitana passando più vicino alla costa, di modo che a Pozzuoli se si è al porto si prende la Cumana mentre se si arriva dalla Solfatara più a monte c'è la metropolitana.

Abbiamo poi quattro funicolari: da est a ovest, ancora Montesanto, poi la Centrale, Chiaia (attualmente chiusa per lavori) e Mergellina. Ognuna varrebbe un giro: Montesanto ha un bel panorama sul centro antico, Mergellina è per lo più in galleria e credo sia la più ripida. Tutte convergono grosso modo salendo verso il Vomero.

La metropolitana vera e propria è formata dalla linea 1 che, in attesa di prolungarsi fino a servire la parte meridionale della città (Duomo, piazzale Bovio, via Toledo, piazza Municipio: il percorso sotterraneo -non le stazioni- era stato attivato per i mondiali di calcio del 1990 per unire Napoli Centrale allo stadio; è stato gravemente danneggiato dal forte acquazzone del settembre 2001), parte dalla stazione di piazza Dante (inaugurata in maggio 2002 dal presidente della repubblica C.A. Ciampi), quindi il Museo Archeologico punto di intersezione con la linea 2 (anche il passaggio pedonale sotterraneo da un capo all'altro di piazza Cavour è stato aperto recentemente), Materdei (aperta nel luglio 2003) fino a piazza Vanvitelli, cuore del Vomero, da cui si scende e risale sui treni della metropolitana collinare. La linea 1 è la "metropolitana dell'arte": ogni stazione è stata progettata secondo uno stile avvenieristico ed espone nei vasti spazi sotterranei bizzarre e fantasiose opere d'arte. In agosto 2002 è stata di nuovo chiusa per lavori: è sempre meglio informarsi sugli orari, essendo ancora a binario unico nell'ultimo tratto verso piazza Dante.

Collegamenti marittimi Dal molo Beverello di Napoli (vicino al Maschio Angioino) e dal porto di Pozzuoli partono traghetti e aliscafi per le isole, Sorrento e costiera amalfitana, oltre che per Sicilia, Sardegna e Africa! La differenza tra traghetto e aliscafo è che l'aliscafo costa quasi il doppio, impiega 1/4 di tempo del traghetto in meno e, se è piccolo, bisogna stare seduti all'interno. Da luglio 2002 è attiva la linea MM "Metropolitana del Mare" su aliscafo: dopo un inizio traballante sembra che si sia messa a funzionare collegando comodamente tutte le principali località della costa campana, dai Campi Flegrei a nord fino al Cilento a sud. Da Napoli c'è un altro molo per aliscafi a Mergellina.

Se non bastasse, c'è anche (perfino sulle isole) un efficiente servizio di corriere. Nei Campi Flegrei e nell'area vesuviana c'è l'Archeobus che nel weekend tocca tutte le località di interesse storico-archeologico. Unico neo del sistema trasporti sono gli autobus cittadini: non esistono orari, neanche i conducenti li sanno e soprattutto non c'è modo di sapere ogni quanto tempo passano: l'unica cosa da fare è aspettare e non demoralizzarsi (e usarli il meno possibile).

Pomeriggio: la città dall'alto, la città alta

Napoli è una città dalla topografia molto complicata, sia per l'intrico serrato delle vie che per l'orografia movimentata e ripida su cui poggiano secolari stratificazioni umane. E' la stessa orografia che arricchisce la città con suggestivi e a volte inaspettati punti panoramici. Prima di infilarsi nei vicoli del centro antico è bene quindi farsi un'idea della città dall'alto. Basta prendere la funicolare di Montesanto dall'omonima piazza (partenze ogni 15 minuti). Non appena la fune si tende e la cabina si mette in movimento cigolando sui binari, davanti agli occhi inizia a sfogliarsi la storia abitativa della città: giardini pensili con palme, terrazze panoramiche e tetti piatti, balconi chiusi colmi di ogni mercanzia, moderni moduli di condizionamento e antichi elementi architettonici, alte mura a difendere la proprietà privata, strapiombi rinforzati dall'uomo, lunghe scalinate, cupole dai colori sgargianti, strade affollate. A sinistra (salendo; a destra stando seduti) rimane il muro di sostruzione del terrapieno panoramico del parco dei Quartieri Spagnoli (ricavato in una parte dell'enorme e abbandonato complesso dell'ex ospedale militare), poco prima della fermata intermedia se ne può vedere l'ingresso con la strada lastricata che fa il tornante e porta verso l'arcata di accesso. Arrivati al capolinea di via Morghen, si prende sulla sinistra via Ligorio poi via Caccavello. In pochi minuti si arriva a largo san Martino, all'ombra di Castel sant'Elmo e della Certosa.

In alternativa alla funicolare, varrebbe la pena considerare la possibilità di salire a piedi (una mezz'oretta per salire, pochi minuti per scendere). Parallela al primo tratto della funicolare sulla destra, la monumentale scala Montesanto, un tempo vitale punto di passaggio fra Vomero e centro antico, sale regolare e maestosa, biforcandosi e poi riunendosi, fino a corso Vittorio Emanuele, che si mantiene a mezza costa della collina. Arrivati al corso, si prosegue verso destra per una cinquantina di metri, finché sulla sinistra si apre una viuzza con un bel ciottolato che riprende a salire. E' la storica Pedamentina san Martino, probabilmente un antico tratturo, percorso per secoli dai pastori e poi dalle truppe spagnole che salivano a Castel sant'Elmo. Risistemata nella primavera 2003, la via sale a larghi gradini (qui i motorini non possono arrivare!) e con qualche tornante verso largo san Martino, sbucando proprio sotto la balconata che si affaccia sul centro antico. Percorrendola, a tratti circondati da una vegetazione folta e rigogliosa, si ha l'impressione di essere in montagna. A metà tragitto si può deviare per qualche metro lungo il vicolo che si biforca a destra, via Scura Pedamentina san Martino, soffermandosi nel cortiletto dell'ultima o penultima abitazione. Qui, in proprietà privata, si apre un vero e proprio gioiello architettonico, la stupenda scala ottagonale (sugli spicchi si alternano i pianerottoli e le rampe di gradini) della casa dell'abate della soprastante Certosa.

Dalla balaustra di largo san Martino si può ammirare un incredibile panorama sulla città, che sembra allo stesso tempo così vicina e così distante, effetto dello scosceso pendio della collina. Sulla sinistra si vede bene lo sperone di Capodimonte con la bella reggia che fa capolino fra le palme, poi le cupole dell'osservatorio astronomico; scendendo con lo sguardo e tornando un po' indietro, si vede il cupolone della Madonna del Buon Consiglio, quindi si intravede e intuisce il percorso rettilineo discendente di via santa Teresa degli Scalzi (su cui emerge la sommità della facciata dell'omonima chiesa), quindi l'enorme tetto del salone centrale del Museo Archeologico Nazionale, la sommità triangolare del duomo, il tozzo campanile di san Lorenzo Maggiore e quello esile del Gesù Nuovo sovrastato dalla vicina e massiccia torre squadrata di santa Chiara; più vicino, sotto, c'è la cupolona sul largo tamburo della chiesa dello Spirito Santo; un po' più a sinistra si vedono le terrazze rigurgitanti di verde del parco dei Ventaglieri; guardando il Vesuvio e i grattacieli del Centro Direzionale, perfettamente parallelo al nostro sguardo si apre il profondo taglio rettilineo di Spaccanapoli (il decumano inferiore della città greca tuttora arteria vitale della città moderna). Per poter godere del resto del panorama, bisogna entrare nella Certosa.

La Certosa di san Martino, fondata nel 1325 dai monaci certosini, è un luogo che unisce mirabilmente all'unicità dei quadri e oggetti esposti, una cornice architettonica maestosa e un panorama mozzafiato. La visita comincia con la sfarzosa chiesa barocca (si notino dietro l'altare le due botole che danno sulla sottostante cisterna, visibile anche dal chiostro), le tarsie lignee della sagrestia (da confrontare con quelle di sant'Anna dei Lombardi), la sala del Tesoro, gli affreschi della sala del Capitolo; quindi si sbuca nell'ampio e verde chiostro con il piccolo cimitero dei monaci delimitato da una balaustra con teschi; a questo punto consiglierei di prendere subito il lungo corridoio che porta al chiostro dei Procuratori, facendo una doverosa digressione nella sezione presepiale con il più grande presepio napoletano (donato da Michele Cuciniello, esposto già nel 1879, in uno spazio allestito appositamente per far filtrare con la giusta gradazione la luce esterna) e le raffinate statuine (ad es. quella del mendicante) modellate da artisti del calibro di Giuseppe Sanmartino (l'autore del Cristo Velato); dal chiostro dei Procuratori passiamo fra i cocchi e le carrozze reali (con le finiture in cuoio che hanno ormai perso tutta la loro elasticità) e facciamo una seconda digressione, romantica stavolta, sotto il pergolato del giardino; una volta risaliti entriamo nel raffinato Quarto del Priore, dal cui loggiato si può spaziare sul golfo di Mergellina (con piazza Plebiscito e Pizzofalcone che rimangono sulla sinistra); da qui possiamo ammirare anche il sottostante Giardinetto del Priore con l'armoniosa doppia scalinata che si attorciglia su stessa. A questo punto possiamo dedicare il tempo rimasto alla visita del museo vero e proprio, girando nei locali disposti attorno al chiostro: i quadri e le incisioni tracciano una storia figurativa della città, fra vedute, raffigurazioni di eventi storici (la famosa tavola Strozzi con il rientro della flotta aragonese dalla battaglia di Ischia nel 1465; i monaci con il cardinale che scampano alla peste rinchiudendosi proprio nella Certosa, tela di Micco Spadaro datata 1657, mentre don Lorenzo Colonna si prodiga tra gli appestati giù in città, guadagnandosi anch'egli un quadro ironicamente disposto dalla moderna disposizione museale proprio dirimpetto a quello dei monaci con il cardinale; il presunto ritratto del rivoltoso Masaniello) e accurate cartografie della città e del golfo. Lungo il percorso si aprono altri piccoli terrazzini con vari affacci sui Quartieri Spagnoli e sul porto. Non sono visitabili l'ala dei novizi (il braccio che sembra protendersi seppur malandato verso il Vesuvio) e i piani inferiori con i sotterranei.

Usciti dalla Certosa, si può fare una rapida ma doverosa visita a Castel sant'Elmo. Saliti in ascensore, sbuchiamo sull'enorme piazza d'armi lastricata con mattoni a spina di pesce. Non essendo possibile accedere al camminamento che corona le mura, dobbiamo accontentarci dei larghi finestroni all'imboccatura superiore della maestosa ed elaborata rampa d'accesso per carri e cavalli, che bisogna assolutamente percorrere scendendo. Dapprima è una galleria al coperto; quindi, dopo un paio di tornanti, sbuca all'esterno proprio a metà della fiancata del castello, attraversando un portale monumentale seguito da uno spazio di rispetto quasi sospeso nell'aria; infine scende al piano stradale lungo una rampa parallela alla mole del castello ma ben discosta da esso.

Ritornati al terminale della funicolare, scendiamo per via Scarlatti (si notino le scale mobili affiancate alle scalinate) fino a piazza Vanvitelli. Siamo nel cuore del Vomero, la Napoli elegante e ordinata, che fa da contrasto con il centro antico. Concediamoci una passeggiata nel parco di Villa Floridiana (con l'ombroso intrico di sentieri serpeggianti e il granuloso azzurro del golfo contornato dal verde rilucente e frusciante degli alberi), oppure per via Cilea e il viale alberato di via Giordano. Se non vogliamo camminare, con un autobus possiamo raggiungere piazza Medaglie d'Oro ed arrivare fino a piazzale Leonardo e via Santacroce. Da piazzale Leonardo si può prendere l'autobus (C44) per l'Eremo dei Camaldoli, il punto più alto (458m) della città con l'antico convento (dal 1999 passato alle suore di santa Brigida) da cui si gode uno straordinario panorama sui Campi Flegrei e il golfo di Pozzuoli, dominando tutto l'invaso irregolare di Fuorigrotta (con lo stadio ben visibile al centro e l'agglomerato distinto di Soccavo subito sotto) chiuso di fronte dallo sperone roccioso di Posillipo .

Sera

Pizza alla Vecchia Napoli, locale rustico frequentato da napoletani, di fronte alla funicolare di Montesanto.

Itinerari per il dopocena
  1. Si risale via Pasquale Scura, uno dei due estremi della lunghissima fenditura rettilinea detta Spaccanapoli, che si chiude scenograficamente contro la chiesetta di santa Maria dei Sette Dolori dal cui sagrato, volgendosi indietro e guardando attraverso l'inferriata, si ha un notevole colpo d'occhio; quindi si imbocca a destra via santa Lucia al Monte sbucando, dopo aver risalito i gradini, su corso Vittorio Emanuele.
    Alternativamente si può prendere per via Girardi e risalire la rampa di via santa Maria Francesca, oppure prendere i gradini di vico Congregazione dei Sette Dolori e all'altezza di vico Politi passare sotto l'archetto su cui è posta la lapide di palazzo Cilento (si noti anche la conchiglia scolpita sul fianco del palazzo più in alto), quindi utilizzare le scale interne (attenzione, è proprietà privata!) sbucando inaspettatamente sugli ultimi gradini di via santa Lucia al Monte.
    Da corso Vittorio Emanuele si gode una suggestiva visione notturna della città, con l'illuminazione soffusa della reggia di Capodimonte, la sagoma del Vesuvio e le pendici della penisola sorrentina tratteggiate dalle luci, la sommità triangolare abbagliante del duomo, i riflessi che filtrano dal cupola della galleria Umberto I, le luminarie sulle barche attraccate al porto o che solcano le acque del golfo su cui si intuisce pure la silhouette scura di Capri.
    Volendo prolungare la passeggiata si può proseguire verso sinistra lungo il corso fino a piazzetta Cariati, facendo attenzione ai vari scorci sulle maglie regolari dei Quartieri Spagnoli che lasciano avaramente gli alti palazzi sul lato mare, mentre a destra rimane la chiesetta del santo Sepolcro ai piedi di una ripida scarpata proprio sotto la Certosa di san Martino. Da piazzetta Cariati si prendano i gradini santa Caterina; da qui si aprono diverse alternative:
    • si può prendere a sinistra per salita Cariati, rimanendo poco più sotto il soprastante corso, e raggiungere vico Croce a Cariati con il famoso crocefisso posto in mezzo alla via; da qui si può scendere lungo vico della Tofa arrivando su via Toledo a poca distanza da piazza Plebiscito;
    • altrimenti si può scendere per via santa Caterina da Siena, e magari girare a sinistra su via santa Teresella degli Spagnoli, facilmente riconoscibile nel dedalo di viuzze perché sembra puntare dritto verso la cupola della galleria Umberto I;
    • continuando invece dritto per via santa Caterina da Siena si scende su via Chiaia, andando poi a sinistra verso piazza Plebiscito o a destra verso la zona di piazza dei Martiri e poi piazza Vittoria con il parco della Villa Comunale e il lungomare. A questo punto si può seguire l'itinerario B;
    • se da via santa Caterina da Siena si passa invece sulla parallela a destra via Nicotera, anziché scendere su via Chiaia si rimane in quota fino ad oltrepassarla attraversando il ponte di Chiaia. Dalla vicina piazza santa Maria degli Angeli possiamo scendere su piazza Plebiscito o proseguire verso il suggestivo belvedere di Pizzofalcone.
  2. Seguendo via Pignasecca, o la meno frequentata parallela via san Liborio se ci si vuol muovere più velocemente, si raggiunge piazza Carità. Da qui si prosegue fra le vetrine illuminate dell'elegante via Toledo fino a raggiungere piazza Trieste e Trento e la contigua piazza Plebiscito. Ci si può fermare qui, oppure:
    • attraversare la galleria Umberto I, passare davanti al teatro san Carlo e raggiungere gli imponenti bastioni del Maschio Angioino, risalendo poi per via Medina e via Battisti (passando davanti al moderno e vistoso edificio delle poste) fino a tornare in piazza Carità.
    • proseguire diritto lungo via Console e fermarsi al belvedere sul lungomare; proseguendo sul lungomare si raggiunge il Borgo Marinaro (preceduto dall'odore di frittura di pesce) puntinato dalle luci dei ristoranti e la mole di Castel dell'Ovo che si specchia sull'acqua; proseguendo ancora si arriva a piazza Vittoria (la chiesa ben illuminata che rimane di fronte in lontananza è sant'Antonio a Mergellina) e da qui si può tornare su piazza Plebiscito passando per piazza dei Martiri e via Chiaia;
    • prendere via santa Lucia, spaziosa laterale di via Console, e salire al belvedere di Pizzofalcone lungo il pallonetto santa Lucia;
    • salire sempre al belvedere di Pizzofalcone ma prendendo via Serra, subito a destra dell'emiciclo di piazza Plebiscito;
    • rientrare seguendo l'itinerario A alla rovescia.

2° giorno: Napoli 2

Mattino: chiese, piazze e decumani del centro antico

Partiamo (se siete particolarmente mattinieri potete premettere un rapido giro per i Quartieri Spagnoli) dalla rinascimentale chiesa di sant'Anna dei Lombardi sulla sommità della degradante piazza Monteoliveto. Attualmente in restauro, è però regolarmente aperta e con un po' di fortuna si può ammirare il gruppo scultoreo del compianto sul Cristo morto (del modenese G. Mazzoni, 1492, simile ma direi più espressivo di quello di san Pietro a Bologna), il bassorilievo dell'Annunciazione di Benedetto da Maiano (XV sec.), le tarsie lignee e i vivaci affreschi della sagrestia. Usciti dalla chiesa, scendiamo verso la fontana di Carlo II d'Asburgo (1668), raffigurato dodicenne, benché salito al trono a quattro anni, con lo sguardo assente e fisso nel vuoto di un bambino rivestito di troppa responsabilità.

Risaliamo quindi lungo calata Trinità, che ci dirige scenograficamente verso la piazza del Gesù Nuovo e la guglia dell'Immacolata. Se non ci lasceremo distrarre troppo dalla vistosa ma essenziale mole di santa Chiara, che già incombe su un lato della piazza, potremo goderci prima la bella facciata in bugnato a punta di diamante della chiesa del Gesù Nuovo. In alto c'è il finestrone ribassato (ovvero non sovrastato da un timpano o frontone), tipico di molte chiese napoletane, affiancato da due ampie volute in tufo grigio. Il candido portale barocco è opera di Bartolomeo e Pietro Ghetti (1695 circa), mentre un ulteriore contrasto fra chiaro e scuro è dato dalle due finestre laterali incorniciate in marmo bianco. La facciata è imponente e tozza, più lunga che alta, ed infatti originariamente la fabbrica era quella di un palazzo, di proprietà dei Sanseverino (1470), poi rilevata dai Gesuiti, come testimonia l'iscrizione sopra il portale. Sulla sinistra, una piccola lapide quadrata rappresenta l'unica violazione alla simmetria della facciata occupando lo spazio di una punta di diamante. L'interno è a croce greca e, in contrasto con la severa facciata, colpisce il visitatore per la ricchissima decorazione di marmi e affreschi. Sulla controfacciata è raffigurata la cacciata di Eliodoro dal tempio (2Maccabei 3) di Francesco Solimena (1725). Il cappellone di sinistra del transetto è dedicato a sant'Ignazio, con statue del re Davide e del gobbo profeta Geremia del Fanzago. Segue la cappella di san Ciro, con gli ex-voto in argento raffiguranti parti del corpo che ne ricoprono completamente le pareti e il soffitto; in una cappella dell'abside, sempre sul lato sinistro, sono schierati i reliquari a forma di busto dei rispettivi santi. Al centro, dietro l'altare maggiore, l'Immacolata si erge su un globo di lapislazzuli. Sul lato destro si trova la venerata tomba e lo studio di Giuseppe Moscati.

Lasciato l'interno sfarzoso del Gesù Nuovo e attraversata la strada un po' di sghembo, ci appropinquiamo alla sobrietà della chiesa di santa Chiara. Varcato il maestoso arco ad unghia, possiamo ammirarne la facciata in tufo giallo che si staglia contro il cielo azzurro. La visita dell'interno ampio e spoglio acquista maggior consapevolezza se preceduta da quella del complesso del retrostante chiostro maiolicato, raggiungibile dall'esterno girando intorno alla chiesa sulla sinistra. I quattro bracci perpendicolari del giardino del chiostro "sono scanditi dal susseguirsi di settantadue pilastri ottagonali tra i quali sono posti i sedili; tutto è completamente rivestito da una decorazione a maioliche, di scuola napoletana (XVIII sec.). Sui sedili sono rappresentate scene agresti, marine e folkloristiche [e di vita quotidiana nel monastero, come le monache che danno cibo ai gatti]; mentre i pilastri sono decorati con tralci di vite e glicine che si avvolgono a spirale sino al capitello, unico elemento in piperno a sostegno del pergolato. Si realizzò così una mimesi tra natura e architettura in quanto, le strutture architettoniche si smaterializzano a favore di un effetto di pura pittura. Sulle pareti degli ambulacri del chiostro vi sono affreschi seicenteschi con storie francescane" [Moccia & Caporali, p. 205]. Se il chiostro dovesse deludere, non essendone stato ripristinato un componente essenziale quale l'ombroso pergolato, all'interno del complesso si può visitare anche l'area archeologica di carattere termale (I sec. d.C.) e il piccolo ma raffinato Museo dell'Opera. Qui ci si soffermi davanti alle foto della chiesa nel restauro barocco del 1742-69 con il soffitto ribassato, prima del tragico incendio della seconda guerra mondiale (4 agosto 1943) da cui risorse nella veste gotica originaria; poi ci sono gli arredi sacri, la statua lignea dell'Ecce Homo (XVI sec.), i busti dei reliquari, i resti superstiti e ricostruiti dei fregi della chiesa. All'interno della chiesa, gli sfregi del crollo sono ben visibili nelle edicole dell'abside; nell'ultima cappella sulla sinistra erano ospitate le tombe dei Borboni delle quali resta solo quella di Filippo figlio di Carlo III. Tornati all'esterno, non può passare inosservata la torre campanaria.

Proseguendo su Spaccanapoli, dopo l'incrocio con via san Sebastiano, notiamo sulla sinistra palazzo Filomarino, in cui dimorò dal 1914 fino alla morte Benedetto Croce, come ricorda egli stesso nelle sue Storie e leggende metropolitane. Più avanti sulla destra troviamo il palazzo Carafa della Spina ai cui lati del sontuoso portale due mostri marini dalle fauci spalancate, ricavati da fusti di colonne romane, servivano a spegnere le fiaccole. Raggiungiamo quindi piazza san Domenico Maggiore, centro geometrico del centro antico di Napoli, su cui si affacciano il lungo prospetto di palazzo Casacalenda lungo Spaccanapoli, palazzo Petrucci alla nostra sinistra e, di fronte, palazzo Corigliano seguito, salendo, da palazzo Sangro di Sansevero. Sulla guglia al centro della piazza, costruita fra 1658 e 1737, poggia la statua di san Domenico accompagnato dal fedele cane. Il settecentesco palazzo Corigliano, facilmente riconoscibile per la facciata rossa che poggia su un basamento in piperno, è una delle sedi dell'università "L'Orientale", il più antico Istituto Orientale del mondo, fondato da Matteo Ripa nel 1732 con il nome di Collegio dei Cinesi. Varcato il grandioso portale del XVIII sec. e salita la magnifica scalea in pietra di Genova del XVII sec., l'interno si distingue per il gabinetto degli specchi rococò e gli stucchi dorati del soffitto della biblioteca di Studi Asiatici (quarto piano) dalle cui terrazze si gode un bel panorama che fa da sfondo all'elaborata guglia di san Domenico: si vede la stratificazione di palazzi sul pendio del Vomero, che si assottiglia a sinistra terminando con Castel sant'Elmo e, subito sotto, la mole squadrata e prominente verso il mare della certosa di san Martino; più vicino, in basso, c'è la monumentale torre campanaria di santa Chiara e il rettangolare campanile del Gesù Nuovo; sulla sinistra, sopra via Mezzocannone fa capolino il mare baluginante di riflessi a sua volta limitato in alto dalla penisola sorrentina. Dal cortile si accede ad un'aula sotterranea con i resti delle mura greche mentre un'altra aula è stata ricavata nell'antica scuderia. "Della costruzione originaria del '500 non rimane che il pianterreno con doppio basamento e il doppio cornicione in piperno; la parte superiore crollò con il terremoto del 1688, ma, come osserva il Celano, mentre «il tremuoto ne butto giù una parte... degli architetti, in quel tempo fecero più danno che il tremuoto stesso»" [Gleijeses p. 277]. L'elemento architettonico più caratteristico della piazza è sicuramente il retro della chiesa di san Domenico Maggiore con l'originale ingresso posto al di sotto dell'abside consistente in un atrio ottagonale da cui si diparte una doppia rampa curva che smonta proprio ai piedi dell'altare maggiore. Recentemente (dal 2003) l'ingresso alla chiesa dalla piazza avviene tramite l'ampia scalinata e attraverso il portale quattrocentesco della cappella di san Michele Arcangelo a Morfisa, che rappresenta il nucleo originario, successivamente inglobato nella chiesa, del complesso conventuale. La sagrestia settecentesca è "più unica che rara" [Gleijeses p. 270] e sul ballatoio di una sala interna sono allineate 45 arche a baule appartenenti a membri della famiglia reale aragonese. Nella seconda cappella della navata di destra, famosa perché padre Alfonso da Maddaloni (morto nel 1618) vi inaugurò la tradizione della novena di Natale, sono stati recuperati alcuni affreschi del XIV sec. di scuola umbro-giottesca con scene della vita di santa Maria Maddalena (si noti la donna avvolta nei capelli) sulla destra ed episodi del vangelo relativi a san Giovanni Evangelista e la crocifissione sul lato opposto. Uscendo da quello che sarebbe dovuto essere l'ingresso principale ci si ritrova in un vasto cortile quadrato; subito a sinistra c'è la misteriosa lapide di "Osiride". Sul cortile, nelle aule a pianterreno (la prima aula è di fronte alla chiesa), si svolgevano le lezioni della prima università di Napoli che qui ebbe sede dal 1515 al 1615. Nel complesso conventuale annesso alla chiesa visse e insegnò san Tommaso dei conti d'Aquino (1225/1226-1274; che non nacque ad Aquino ma a Roccasecca nei pressi di Cassino). Sul fondo a destra si esce su vico san Domenico Maggiore; discendiamo appena per imboccare a sinistra via De Sanctis.

Poco più avanti sulla sinistra, si erge discreta all'esterno la cappella Sansevero, forse l'ambiente più suggestivo di Napoli che, per essere compreso almeno superficialmente nel suo simbolismo e progetto unitario ideato dall'estroso e poliedrico Raimondo de Sangro (fu inventore -anche di una lampada perpetua-, uomo d'armi, letterato, alchimista), va visitato con la guida in mano: il famoso Cristo velato, il monumento a Cecco di Sangro che esce dalla bara (in realtà una semplice cassa con cui sfuggì all'assedio), la deposizione raffigurata nell'altare maggiore, gli altri marmi virtuosistici (il "Decoro" coperto dalla pelle di leone; il giogo di piume del matrimonio; la "Pudicizia" velata con la lapide spezzata, simbolo dell'esistenza troppo presto troncata della madre di Raimondo de Sangro cui la statua è dedicata; il "Disinganno" -a cui lo stesso autore dovette "passare la calce" perché i garzoni temevano di romperne la rete- dedicato al padre che in tarda età, aiutato simbolicamente da un angelo, lasciò la vita disordinata per quella religiosa), l'affresco della gloria del Paradiso sulla volta e un salto nella cripta esoterica con i misteriosi calchi del sistema circolatorio umano (neppure oggi si sa come furono realizzati: c'è chi dice che iniettò un liquido poi solidificatosi nelle vene).

Prendendo una delle parallele alla chiesa e salendo, arriviamo su via dei Tribunali (il decumano centrale) e prendiamo a destra. Sulla sinistra troviamo la chiesetta di santa Maria del Purgatorio ad Arco con le raffigurazioni di teschi a coronamento dei piloncini davanti alla gradinata esterna. Qui nel corso del XVII sec. si sviluppò la devozione per le anime del purgatorio e la pratica di adottarne una: allo sfarzoso interno barocco della chiesa superiore fa da contrappunto l'interno spoglio e preda dell'umidità della vasta cripta (vi si accede da una scala posta presso la porta della chiesa). Già lungo le pareti della cripta si trovano alcuni ossari in parte sfondati che lasciano intravedere cumuli d'ossa. Prendendo il corridoio sulla sinistra, si arriva ad una sala che è un vero e proprio cimitero sotterraneo: ai lati del passaggio centrale c'è la nuda terra usata per la sepoltura. A parte le ossa impolverate sparse alla rinfusa in ogni angolo, è tutta l'atmosfera che è surreale. La terra battuta, il pavimento di piastrelle sconnesse e differenti, le scritte cadenti, i santini spiegazzati e infilati in ogni fessura, i fiori secchi: ovunque si volga lo sguardo si coglie l'incredibile commistione di fede e superstizione e si percepisce la sovrapposizione stratigrafica della devozione e dei culti succedutisi ininterrottamente in questo strano anfratto napoletano.

Proseguendo su via dei Tribunali, a destra si apre il buio porticato (uno dei due portici di Napoli, l'altro è moderno in via san Giacomo) del gotico palazzo d'Angiò. Di fronte c'è la chiesetta di sant'Angelo a Segno. Arriviamo a piazza san Gaetano, dominata dalla chiesa di san Paolo Maggiore con la geometrica scalinata da cui si gode un bel colpo d'occhio sulla discendente via san Gregorio Armeno; la facciata è preceduta dalle due colonne superstiti del tempio romano dei Dioscuri; il soffitto della navata è stato gravemente danneggiato dai bombardamenti dell'agosto del 1943; nella sagrestia troviamo due grandi affreschi di F. Solimena, la conversione di san Paolo e la caduta di Simon Mago [Atti 8,9ss]; nella cripta a livello della piazza, ideata sempre da Solimena e ricca di marmi, troviamo la tomba di san Gaetano da Thiene. Di fronte, oltre la tozza statua di san Gaetano (a ringraziamento dopo la peste del 1656; il basamento è di C. Fanzago) e di sbieco, è la facciata della chiesa di san Lorenzo Maggiore, nel cui interno spoglio ed essenziale Boccaccio, a Napoli per far pratica in un banco fiorentino, incontrò la sua Fiammetta nel 1334 [Boccaccio, Filocolo; Regina pp. 141s]. Qui si ritirò in fervida preghiera F. Petrarca in occasione del terrificante maremoto del 1343 che colpì anche Amalfi [Gleijeses p. 313; Regina p. 142.146]. Annessa è l'area archeologica.

Da piazza san Gaetano, imbocchiamo la degradante via san Gregorio Armeno, attraversata dal caratteristico passaggio sopraelevato, la famosa via dei Presepi che si trasforma radicalmente durante il periodo natalizio. Il chiostro monumentale di san Gregorio Armeno (generalmente chiuso, ma se si suona è facile che le suore Crocefisse aprano) rappresenta un miscuglio di stili e ingredienti, a mezza via fra un romantico giardino, un silenzioso e luminoso chiostro, un orto lussureggiante. Vi si accede per una scalinata di bassi e larghi gradini in piperno, aperta sopra ma ben delimitata da alti muri che convergono leggermente verso il portone superiore. Al centro del giardino si trova una fontana con statue a grandezza naturale di Gesù e la Samaritana al pozzo [Giovanni 4,5ss]. Lo spazio rettangolare è in parte occupato da uno strano complesso di ambienti incastrati l'uno nell'altro creando passaggi, scale, finestrelle e percorsi indiretti: più bassa rispetto al piano di calpestio è la suggestiva cappella di santa Maria dell'Idria (idria è un termine greco che indica un vaso per l'acqua con due anse laterali, qui posto sotto i piedi della Madonna, simbolo di purezza [vedi anche Giovanni 4,5ss]); più avanti sopra due macine sono accatastate carrucole e antichi meccanismi di legno, testimoni del lavoro quotidiano delle monache di un tempo; girato l'angolo non passa inosservata la raccolta di massime e estratti dalla sacra Scrittura (fra cui Osea 2,16 che nella traduzione antica suona: "menala in un luogo solitario") che un tempo ammonivano le monache. Alzando lo sguardo notiamo i vari ordini di terrazze e finestre dell'imponente monastero. Non credo abbia nulla da invidiare a quello più famoso di santa Chiara, anzi; sembra un fazzoletto di terra siciliana trapiantato nel cuore di Napoli, ma questi paragoni dipendono solo da ciò che uno ha visto prima. Riprendendo a scendere per la via, incontriamo sulla destra la chiesa di san Gregorio Armeno (sempre parte del suddetto monastero) dove le reliquie di san Gregorio, patriarca dell'Armenia dal 257 al 331, riposano insieme al corpo della vergine Patrizia, nipote dell'imperatore Costantino. Vi si accede attraversando un ampio e profondo loggione, annerito dal tempo, quasi a prepararci per contrasto alla sfarzosa visione del dorato e traboccante interno barocco. Colpiscono subito le terrazze degli organi che debordano basse sulla navata come una cascata dorata; sopra l'altare notiamo l'altorilievo con l'estasi di santa Patrizia; sopra, dove si imposta la cupola, le grate segnalano la presenza della clausura delle monache. Prima dell'altare a destra, c'è la cappella rettangolare con l'urna di santa Patrizia, con il miracoloso prodigio dello scioglimento del sangue, cui fanno voti le prolifiche mamme napoletane. Se ci voltiamo indietro, scopriamo che sopra il loggiato si estende un vasto coro delle monache, i cui affacci sulla navata sono sempre protetti da delle grate. Uscendo, sulla parete di fondo a destra, c'è un bell'affresco con la scritta "tota pulchra es amica mea et macula non est in te" [Cantico 4,7] con la raffigurazione simbolica di alcune litanie (non necessariamente lauretane). Presso l'ingresso secondario (oggi deposito di legno di un presepiaro) su vico santa Luciella, una lapide ingiunge alle persone "disoneste" di non "habitare" nei pressi del "venerabile monastero".

Risaliti a piazza san Gaetano, bisognerebbe assolutamente trovare un'oretta abbondante per scendere nel percorso di Napoli sotterranea attraverso scale scolpite nella roccia, grotte, cavità, acquedotti, condutture romane e cisterne. Proseguiamo lungo via dei Tribunali; nel passare notiamo a sinistra il complesso della bianca (e sempre chiusa) chiesa dei Girolamini (l'ordine dell'oratorio fondato da san Filippo Neri) e a destra la dismessa chiesa di santa Maria della Colonna, nonché i lunghissimi solchi perfettamente rettilinei delle viuzze laterali (ad es. vico dei Maiorani). Giunti all'incrocio con la trafficata via Duomo, uno dei principali cardi della città allargato durante il Risanamento, ci dirigiamo verso sinistra (dritto si arriverebbe alla piazzetta con la guglia di san Gennaro).

Duomo dell'Assunta, impropriamente detto di san Gennaro: a destra dell'altare maggiore c'è la cappella gotica Tocco o di sant'Aspreno (primo vescovo di Napoli battezzato da san Pietro; san Gennaro era vescovo di Benevento, solo dopo il martirio -e con la traslazione delle reliquie- il culto si diffuse a Napoli) affrescata nel XVI sec. con la vita del santo [Dovere pp. 34ss]; segue la cappella Minutolo, eccezionale monumento del tardo-gotico napoletano in cui Giovanni Boccaccio ambientò una scena della novella di Andreuccio da Perugia, direi non a caso visto lo sfarzo della variopinta arca del cardinale Enrico Minutolo (anche se Boccaccio si rifaceva al sarcofago di Filippo Minutolo, morto nel 1301, sul lato destro della cappella [Regina]) con colonne tortili poggianti su leoni stilofori che reggono un baldacchino a copertura ogivale; a metà della navata, a sinistra si trova la basilica originaria (fondata nella prima metà del IV sec. d.C. dall'imperatore Costantino, poi rimaneggiata pesantemente) di santa Restituta con il mosaico di santa Maria del Principio fra san Gennaro e santa Restituta, poi il percorso archeologico sotterraneo nonché l'antico fonte battesimale con la cupola a mosaico; di fronte c'è la luminosa e dorata cappella del tesoro di san Gennaro con le due ampolle contenenti il sangue del santo, oltre al bel pavimento e i famosi busti bronzei o argentei dei "compatroni" (in tutto sono 51, il primo fu san Tommaso d'Aquino proclamato tale nel 1605, l'ultima santa Rita che è del 1928); la sagrestia maggiore nel transetto di sinistra con gli ovali raffiguranti i vescovi di Napoli; nell'abside, l'Assunta in gloria di P. Bracci è ispirata alla "gloria" del Bernini nella basilica di san Pietro a Roma. Se è aperta, prendiamo l'uscita laterale con la monumentale scalinata contornata dall'edera che inquadra l'alta guglia di san Gennaro posta al centro della piazzetta Sisto Riario Sforza; dall'altro lato della piazza, è invece l'architettura del duomo a far da quinta alla guglia.

Ci sono luoghi ignorati dalle frettolose guide turistiche che rivelano però l'essenza di una città meglio di chiese e piazze monumentali. Fra questi a Napoli bisogna annoverare senza dubbio (oltre all'isolato di sant'Agostino alla Zecca) il decumano superiore, che io anteporrei anche a Spaccanapoli. Andrebbe percorso tutto essendo più movimentato e meno rettilineo degli altri. Usciti dal Duomo, continuiamo a salire lungo il cardo fino ad incrociare il decumano. Sulla destra ci sarebbe largo Donnaregina con la chiesa nuova e quella, in disparte, vecchia, cariche di storia e ricordi preservati quasi intatti dalla secolare clausura. Prendiamo invece a sinistra dove incontriamo subito la monumentale scalinata di san Giuseppe dei Ruffi (dove bisogna entrare in punta di piedi essendoci l'adorazione eucaristica continua); più avanti, mentre si inizia a sentire che la strada sale con apparente discrezione, c'è largo Proprio d'Avellino su cui, come ricorda una lapide, si affacciava la casa di Torquato Tasso.

Con il nome di via dell'Anticaglia, il decumano è tagliato in alto da due arcate massicce, murature romane di contenimento per il teatro, presto sfruttate come ulteriori spazi abitativi. Di fronte ad essi, mi tiro da parte e lascio la parola a Bartolommeo Capasso, insigne storico napoletano:

A chi non sappia che cosa essi ricordano, quei ruderi sono per lo meno importuni, perché rendono brutta e malagevole una via non larga e abbastanza tortuosa. Il cittadino che a caso o per necessità va per quella strada, se ignaro della propria storia, per fermo resta offeso del loro ingombro, e si meraviglia che il Municipio non abbia ancora obbligato i proprietari delle case, a cui si uniscono quegli archi, a coprire d'intonaco, a dare una mano di bianco a quei luridi e ammuffiti mattoni; e se è di coloro, che hanno sempre pronti in testa mille progetti per l'abbellimento della nostra città, e sono terribilmente e a qualunque costo appassionati dei rettifili, imprecano, guardandoli sdegnosamente, all'amministrazione municipale, che non li ha atti abbattere e distruggere.
Per me e per quanti amano le patrie glorie, quelle mura sono sacre; io le guardo sempre con religiosa venerazione. Passando sotto le basse volte di quegli archi, la mia fantasia attraversa i secoli e, come per incanto, si trasporta ai tempi che furono. Essa ricostruisce il diruto teatro, in cui Claudio fece rappresentare la sua commedia, e volle Nerone dar saggio della sua voce e dell'arte sua musicale. Ricostruisco il foro, le terme, il ginnasio, i tempii, portici, le mura: tutta l'antica città, insomma, si presenta come in un panorama alla mia memoria. Parecchie parti, in verità mancano nella dipintura, o sono evanide, incerte, malamente rappresentate; sono le scalcinature in un vecchio, ma prezioso affresco Pompeiano. Ciò nondimeno quel tanto che rimane del quadro basta a far più grande il dispiacere che si prova per quello che si è perduto; ma non vale a menomare l'impressione, che l'animo riceve dalla sua magnificenza e dalle sue molteplici bellezze. [Capasso, pp. XI-XII da Regina pp. 168.170]

Le viuzze laterali offrono colpi d'occhio inaspettati, ad esempio sulla sinistra il curvilineo vico san Paolo, vico Purgatorio ad Arco, via Atri, via del Sole. Lunghi rettilinei e sinuose curve insistono sui tracciati antichi della zona del foro e del teatro romano (dove recitò anche l'imperatore Nerone). Ad un certo punto il decumano prende il nome di via della Sapienza e scende leggermente fino allo slargo di santa Maria di Gerusalemme per poi sboccare come una laterale indistinguibile dalle altre sulla spaziosa via santa Maria di Costantinopoli.

Ci conviene comunque ritornare sul decumano centrale scendendo (salendo invece troveremmo gli imprevedibili saliscendi che portano con rampe e gradini a piazza Cavour; imprevedibili perché la parallela via santa Maria di Costantinopoli sale invece larga e regolare) per via del Sole in modo da arrivare all'altezza della piazzetta Pietrasanta. La piccola mole squadrata della cappella Pontano fu edificata nel 1492 per volere del famoso umanista napoletano Giovanni Gioviano Pontano, con gli originali motti latini e il bel pavimento maiolicato; di fronte si erge solitario il campanile della Pietrasanta [Regina p. 132, Moccia p. 278 per la storia della pietra santa]. Muovendoci in direzione opposta a piazza san Gaetano, superiamo sulla destra il complesso della Croce di Lucca (non visitabile) e raggiungiamo la chiesa di san Pietro a Maiella, contro cui si scontra il decumano perdendo irrimediabilmente la sua rettilinearità. La chiesa (uno dei due esemplari di gotico napoletano) è dedicata a san Pietro Angeleri da Morrone, eremita sulla Maiella, meglio noto come papa Celestino V, "colui che fece per viltade il gran rifiuto" [Dante, Inferno III, 59-60]. All'incrocio con la già citata via santa Maria di Costantinopoli c'è la raffinata piazza Bellini con un altro tratto delle mura greche. Attraversando port'Alba (si noti che il passaggio insiste su una cupola con occhiello che dà su un giardino pensile; cupola è mutilata da murature successive) si sbuca ai lati dell'emiciclo nella vasta piazza Dante. Di fronta ci sono le chiese di san Domenico Soriano (a sinistra) e santa Maria di Caravaggio (a destra; la tela è nella terza cappella a sinistra; Caravaggio dovrebbe essere la località lombarda vicino a Lodi in cui la madonna apparve nel 1472 ad una pastorella [Moccia p. 234]). Al centro ci sono gli ingressi della futuristica e artistica stazione della metropolitana che viene citata addirittura nei più recenti libri di architettura contemporanea.

Pomeriggio: andar per vicoli

Proponiamo una serie di itinerari alla scoperta delle "molte Napoli", luoghi "tipici e pittoreschi", vere e proprie città nella città. I due quarti meridionali del centro antico possono essere accorpati e visitati in una mezza giornata, magari prolungando ulteriormente l'itinerario con la visita dei Quartieri Spagnoli (che può essere effettuata proficuamente anche in un dopocena, essendo le chiese comunque chiuse spesso durante il giorno); la visita di Pizzofalcone (che raccomando particolarmente) può seguire quella del Palazzo Reale e piazza Plebiscito; il percorso nel quartiere Sanità (che pure raccomanderei) impegna invece una mezza giornata forse un po' scarsa.

Il quarto sud-est del centro antico

Da piazza san Domenico Maggiore raggiungiamo la contigua piazzetta Nilo con la statua sdraiata del Nilo in disparte (protetta da una pesante sostruzione nel caso la retrostante casa dovesse crollare). La piazzetta è delimitata per buona parte dalla mole aggraziata e rosso scuro della chiesa di sant'Angelo a Nilo. La cupola arabizzante che si intravede dietro appartiene alla chiesa di santa Maria Donnaromita. Seguiamo il gomito di vico Donna Romita e prendiamo via Paladino verso destra. Arrivati a largo san Marcellino troviamo la chiesa dei santi Severino e Sossio e quella dirimpetto dei santi Marcellino e Festo, sempre chiusa, il cui famoso interno bisogna vedere in foto, e già ci si rende conto della armonia degli spazi, della delicatezza delle decorazioni barocche e del raccoglimento del basso soffitto a cassettoni. Proseguendo su via Capasso, alla nostra sinistra si estende l'enorme complesso in parte dismesso dell'Archivio di Stato; a questo punto potremmo ritornare su Spaccanpoli passando per l'ossimorica piazzetta Grande Archivio con la fontana fatta erigere dagli spagnoli.

Alternativamente possiamo buttarci e lasciarci disorientare dalla movimentata morfologia abitativa che rimane alla nostra destra: l'abitato odierno e le sostruzioni antiche si impostano e sussistono dove un tempo erano valli scoscese e selvagge che puntavano verso il mare, oggi irrimediabilmente assimilate sotto le case, i vicoli in pendenza, i tornanti, i gradini, e attraversate da ponti e passaggi ormai mimetizzati dai piani alti delle case sottostanti. Scendiamo dunque per le tortuose rampe san Marcellino, quindi imbocchiamo la storica via san Biagio dei Taffettanari (gli artigiani che lavoravano la taffettà, una tela assai leggera di seta cotta), attraversiamo via Duomo e risaliamo via sant'Arcangelo a Baiano fino all'omonima piazzetta; di qui giriamo a destra verso piazzetta Trinchese e, scoraggiati dall'ampia gradinata discendente, giriamo ancora a destra scendendo per vico Croce sant'Agostino. Già da piazzetta Trinchese intuiamo che ci aspetta qualcosa lì in fondo alla via: potrebbe essere la decadente chiesa della Disciplina della Croce, sede di un'antica congrega napoletana, dal cui giardino degli agrumi partì la famosa congiura dei Baroni? Sì, se non fosse che ivi giunti lo sguardo si allarga su una piazza sgangherata posta sul fianco anziché dinanzi ad un'imponente chiesa, dai cui occhiuti finestroni che danno in alto sul cielo azzurro ci sentiamo quasi osservati dai secoli di splendori tramutati ora nel più solitario abbandono di una delle zone più densamente abitate del centro antico di Napoli. E' il complesso monumentale di sant'Agostino alla Zecca, di cui ci colpiscono anche il campanile squadrato e l'ampia e movimentata terrazza monumentale (oggi inaccessibile e ricoperta da verde erba) ai piedi della facciata, estremo tentativo di farsi spazio fra le case. A questo punto possiamo visitare la zona di piazza Mercato o risalire la rettilinea via sant'Agostino alla Zecca fino a via Forcella (dove Spaccanapoli si stanca di proseguire dritta e si divide in due).

Fra Spaccanapoli e via dei Tribunali, subito a destra salendo di via Duomo, si apre una grande voragine abitativa: è dovuta alla presenza del complesso archeologico termale di Carminiello ai Mannesi. L'accesso è dalla prima laterale a destra (direzione Castel Capuano) di via dei Tribunali ma è visitabile solo in rare occasioni.

Ritornati su Spaccanapoli, il decumano inferiore che taglia in linea retta la città, dirigiamoci verso piazza san Domenico Maggiore da dove siamo partiti. Dopo aver incrociato sulla destra l'estremità inferiore di via san Gregorio Armeno, , sulla sinistra un ampio cortile interno fa da cornice alla cappella del Monte di Pietà con la sagrestia affrescata e il museo con i preziosi arredi sacri. Da qui fino a piazzetta Nilo sembra tutto in miniatura. Incontriamo prima la chiesetta di san Giovanni all'Olmo con il bel pergolato, poi quella di san Biagio dei Librai con la caratteristica doppia scalinata curvilinea e l'ancor più caratteristico e debordante negozietto d'antiquariato alla rinfusa. Di fronte a noi, lontano e in cima ad una ripida erta, rimane sempre la facciata della chiesa di santa Maria ai Sette Dolori (ci si arriverebbe in non meno di 20 minuti) contro cui Spaccanapoli termina il suo secolare tracciato.

Il quarto sud-ovest del centro antico

Da piazza san Domenico scendiamo lungo l'antico cardo oggi via Mezzocannone, un tempo famosa per la sua ristrettezza [vedi Croce per l'origine del nome e Matilde Serao], radicalmente trasformata dagli interventi del Risanamento come ricorda una lapide posta all'incrocio con via Sedil di Porto, accanto all'altra famosa lapide associata dalla tradizione popolare alla fantastica storia di Nicolò Pesce [vedi le bellissime pagine del Croce]. Ma prima di arrivare al suddetto incrocio, e prima anche del bel colpo d'occhio sulle rampe di san Giovanni Maggiore, giriamo a sinistra su via de Marinis. Dopo il movimentato slargo di san Giovanni Maggiore, con il contrasto fra la gotica cappella Pappacoda (l'altro esemplare di gotico napoletano [vedi Regina per una descrizione del meraviglioso portale]) e la severa facciata di palazzo Giusso (altra sede dell'Orientale), iniziamo ad avventurarci in una delle zone più pittoresche del centro antico: piazzetta Eccehomo, la calata santi Cosma e Damiano e il vico san Geronimo dei Ciechi, quindi via Melofioccolo con il funzionale doppio ingresso al cortile sul gomito della via, via Sedil di Porto, interfaccia con i palazzi della città moderna, poi possiamo risalire per il pendino santa Barbara e girare su vico santa Maria dell'Aiuto; potremmo (sono tristemente impraticabili per lo sporco e il degrado) scendere di nuovo per i gradini della Piazzetta. Se non siamo scesi, o abbiamo voglia di risalire ancora, proseguiamo fino al complesso di santa Maria la Nova.

Quartieri Spagnoli

Per i Quartieri Spagnoli è bello girare senza un itinerario prefissato, affidandosi al proprio senso dell'orientamento (generalmente si sconsiglia al turista di farsi identificare facilmente estraendo una mappa della città), aiutati in questo dalla griglia regolare di questo intervento urbanistico pianificato da don Pedro de Toledo (l'odierna via Toledo fu aperta nel 1536) per acquartierare le truppe spagnole. Il famigerato e fitto dedalo di vie si estende alle spalle dell'elegante via Toledo fino alle pendici del colle di san Martino, compresa fra Montesanto a nord e via Chiaia a sud. Elenco un po' alla rinfusa da sud a nord alcune punti degni di un passaggio: vicolo Croce Cariati con la croce posta in cima alla scalinata, la chiesa della Trinità degli Spagnoli, il largo Baracche (in cui si vede l'impegno del comune per riqualificare la zona, ma le panchine sono sempre desolatamente vuote), la chiesa di Montecalvario protetta da un alto muro, l'isolato ancora vistosamente puntellato dopo il terremoto del 1980, il pergolato nell'ultima parte di via del Gelso, la chiesa di santa Maria dei Sette Dolori al culmine di via Pasquale Scura (ultimo nome ufficiale di Spaccanapoli nel suo attraversamento da est a ovest della città). Anche al visitatore più distratto risulterà evidente che i Quartieri, da sempre icona tipica della napoletanità più vivace, sono ormai fuggiti dagli stessi napoletani che hanno lasciato spazio per gli extracomunitari.

Pizzofalcone e monte Echia

Alle spalle di Castel dell'Ovo, oltre i lussuosi alberghi del lungomare, un inspiegabile vuoto architettonico su un lato dell'elegante via santa Lucia ci dà un improvviso spaccato sulle vecchie case del borgo santa Lucia, facendoci capire quanto sia stato pesante e impegnativo l'intervento costruttivo del Risanamento. Le case sembrano aggrappate al ripidissimo fianco dell'antica acropoli della prima città greca (paleo-polis in contrasto con la successiva fondazione di nea-polis) strategicamente posta sulla sommità del monte Echia. Più avanti, con un po' di attenzione, fra i palazzoni moderni scoviamo l'imbocco di un vicolo che ci porterà sulla collina di Pizzofalcone. Lo percorriamo in punta di piedi, anche se tutto intorno a noi è chiasso di vita: è il pallonetto di santa Lucia, dove la via pubblica si trasforma in propaggine casalinga, e sembra di entrare in casa d'altri. Con il suo gomito iniziale, la lenta salita e le manciate di ampi gradini, l'affaccio su via santa Lucia, è una delle strade più suggestive della città. A mezza via giriamo a sinistra su via Solitaria, poi subito di nuovo a sinistra su via santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone. A sinistra, oltre una vasta arcata, scorgiamo il cortile che dà respiro alla scalinata e facciata della chiesa di santa Maria Egiziaca. Ad un certo punto, sul lato sinistro scompaiono i palazzi e solo un alto muro ci separa ancora, preannunciandolo, dal panorama sul golfo e sulla città: lo sguardo, non trattenuto dai sottostanti palazzi moderni, domina su Castel dell'Ovo e spazia sul mare; il precipizio è tanto ripido da togliere la prospettiva e sembra quasi di poter carezzare la superficie dell'acqua con un dito; l'ora migliore è sicuramente sul far della sera quando le luci delle case sono già accese ma il cielo è ancora azzurro. Tornati indietro raggiungiamo piazza santa Maria degli Angeli soffermandoci nel raccoglimento e odor di legno dell'omonima chiesa, quindi riprendiamo attraversando il ponte di Chiaia, voluto da re Filippo di Spagna per scavalcare la sottostante via Chiaia, suscitando la gioia dei cittadini (immortalata nell'apposita lapide) che prima, scendendo da san Martino, dovevano poi risalire verso Pizzofalcone. Come capita altre volte a Napoli, all'improvviso e con un po' di attenzione, ci rendiamo conto di essere in alto, sopra un'infinita serie di stratificazioni abitative. Ad un incrocio, prendiamo a destra dove il profilarsi in fondo, oltre la schiena d'asino della via che poi scende ripida, della cupola di galleria Umberto I ci aiuta ad orientarci un po'.

Ai margini del centro antico

Da piazza Cavour (a fianco del Museo Archeologico Nazionale, facilmente raggiungibile con ambedue le linee della metropolitana) proseguiamo lungo via Forìa sul cui lato sinistro si adagia la lunga facciata (310m!) dell'Albergo dei Poveri (costruito per ospitare i senzafissadimora settecenteschi) preceduto dal rinomato Orto Botanico. Tornati sui nostri passi, giriamo su via Cirillo in direzione della stazione ferroviaria; a sinistra c'è la chiesa di san Giovanni a Carbonara con la scalinata ad emiciclo e il pavimento maiolicato. Più avanti sul lato opposto si erge la mole squadrata di Castel Capuano, introdotto dalla massiccia porta Capuana (nel medesimo stile architettonico del castello). Alle spalle c'è la chiesa di santa Caterina a Formiello con l'antica fonte. Nella quarto nord-est del centro antico, compreso fra Castel Capuano e il Duomo, mi limito a ricordare la caratteristica piazzetta Sedil Capuano (i "sedili" erano i luoghi di riunione dei nobili della zona) e via santa Sofia in cui l'immaginazione, ben guidata dal racconto del Croce [Croce pp. 318ss], può rievocare l'ingresso nella città assediata delle truppe di Alfonso di Aragona (+1442+) attraverso un condotto sotterraneo.

Continuando il periplo del centro antico in senso orario, dalla fin troppo vasta e caotica piazza Garibaldi (con la stazione dei treni) imbocchiamo il "rettifilo" ovvero corso Umberto I, chiamato da Matilde Serao [ne Il ventre di Napoli] "il sipario" in quanto le belle facciate costruite con il Risanamento nascondevano la miseria che permaneva nella zona del porto. Sulla destra si trova la chiesa di san Pietro in Aram dall'antica e misteriosa storia (la tradizione vuole che l'apostolo Pietro abbia fatto tappa qui; si noti la particolare collocazione urbanistica). Dirigiamoci poi verso piazza del Mercato, teatro dell'effimera insurrezione di Masaniello (1647; si veda la raffigurazione dei moti e quella presunta di Masaniello alla certosa di san Martino). La piazza (ah, se potessero scomparire nel nulla gli orribili condomini sul lato sud della piazza!) si trova a mezza via fra il suggestivo arco con orologio e la chiesa di san Eligio Maggiore (il terzo, ebbene sì, esemplare di gotico napoletano) da una parte e il Carmine Maggiore dal bel campanile in stile spagnolo e l'antica immagine della Vergine Bruna [Gleijeses pp. 373ss] dall'altra.

Da qui possiamo concludere il giro con un autobus fino a via Medina (con la fontana e la chiesa dell'Incoronata) oppure salire direttamente lungo via sant'Anna dei Lombardi e visitare la zona di piazza Dante.

Il quartiere Sanità

Da piazza Cavour vale la pena concedersi una lunga digressione nel pittoresco quartiere Sanità che non mancherà di sorprenderci. Si può salire lungo via santa Teresa degli Scalzi (sostando nell'omonima chiesa al culmine di una monumentale scalinata sulla destra) e poi buttarsi a sinistra e scendere per la discesa Sanità (si noti come il nome di "discesa" e non di "salita" rispecchi la percezione del quartiere rispetto al resto della città) oppure avventurarsi per i vicoli e le scalinate della Stella. La Sanità è una valletta profondamente incassata fra il centro antico e Capodimonte. L'impressione -come spesso capita a Napoli- è di essere catapultati improvvisamente in un'altra città, una città nella città: una città che la città ufficiale sembra ignorare e scavalca appositamente con il ponte della Sanità. Solo il passante attento, procedendo lungo via santa Teresa degli Scalzi verso Capodimonte, all'altezza dell'emiciclo Capodimonte capirà di trovarsi su un ponte; gli altri si limiteranno a notare al livello della strada l'immensa cupola di santa Maria della Sanità e l'immane distesa di tetti.

Proprio la grandiosa mole della chiesa di santa Maria della Sanità, apparentemente sacrificata in un luogo così poco panoramico (si pensi per contrasto alla chiesa della Madonna del Buon Consiglio sul fianco della collina di Capodimonte), ci fa capire l'importanza e la vitalità di questo quartiere nel corso degli ultimi secoli. All'interno della chiesa, da un succorpo sottostante alla balconata baroccamente rigurgitante in cui è collocato l'altare maggiore [Gleijeses p. 392ss], si può accedere alle catacombe di san Gaudioso. Nonostante le ossa siano state rimosse (e portate al vicino ossario delle Fontanelle), tranne quelle infisse nel muro a riprodurre scheletri umani maschili e femminili (con gonna dipinta!), i cunicoli conservano ancora il fascino nascosto delle riunioni degli antichi cristiani (V sec.) e quello macabro del culto ai morti settecentesco (gli scolatoi e gli affreschi). Anche qui, come nella chiesa del Purgatorio ad Arco, c'era l'uso di adottare un'anima del purgatorio prendendosi cura dei suoi resti mortali (le ossa) in cambio di una grazia; curiosa la lapide "per grazia da ricevere"!

Passando sotto il ponte della Sanità, avviamoci lungo la prima laterale a destra verso il complesso ospedaliero di san Gennaro dei Poveri, al cui interno nel maggio 2003 è stata resa agibile (prima era utilizzata come deposito ospedaliero) la navata dell'antica basilica paleocristiana di san Gennaro Extra Moenia ("fuori dalle mura") dove furono conservate in un primo tempo le reliquie di san Gennaro. La basilica è "sfondata" sulla destra entro alcune sale dei piani inferiori della catacombe di san Gennaro (questo era peraltro l'ingresso originario alle catacombe). Tristemente chiuse da alcuni anni in seguito ad un crollo (e normalmente accessibili dalla soprastante basilica del Buon Consiglio), queste sono le uniche sale visibili delle famose e vastissime catacombe. Sul fianco destro della sobria navata sono stati riportate alla luce le tracce di alcuni affreschi, fra cui uno con Cristo fra san Gennaro imberbe e sant'Agrippino con il Vesuvio sullo sfondo. La basilica è preceduta da un peristilio (come ad es. sant'Ambrogio a Milano) a cui si accede varcando una deliziosa loggia affrescata.

Tornati sotto il ponte della Sanità, avviamoci verso via Fontanelle. Questa zona è ricca di cavità naturali e artificiali (fra cui le catacombe di san Severo e di san Efebo [vedi per un elenco esaustivo Liccardo p. 80], la maggior parte delle quali purtroppo non è accessibile. Il rimpianto maggiore è sicuramente per lo straordinario Ossario delle Fontanelle dove in una serie di cavità furono riposte per diversi secoli le ossa di morti a causa di malattie e pestilenze. Famose sono le sale evocativamente chiamate la "biblioteca" (con gli scaffali rigurgitanti di ossa piamente suddivise per tipo") e il "tribunale" (con le tre croci piantate sui teschi).

Proseguendo su via Fontanelle arriviamo in vallone Gerolomini: sovrastato dal costone verde che unisce Capodimonte al Vomero, sembra di essere in un piccolo paesino di montagna costretto dalla conformazione orografica a snodarsi sul lato dell'unica via. Risalendo le ripide scale sulla sinistra ci ritroviamo rapidamente a Materdei. Girando su via Appulo, si apre improvvisamente piazza Ammirato dove, nell'ambito della costruzione della nuova stazione della metropolitana (aperta nel luglio 2003), è stato creato un surreale spazio post-moderno. Da qui ritorniamo su via santa Teresa degli Scalzi passando per piazzetta Materdei e via Materdei.

Un'altra curiosità è rappresentata dallo Scudillo dove, sotto i piloni della tangenziale, si trova una vasta cavità adibita a deposito giudiziario per automobili e motorini. Durante i lavori della tangenziale, dall'alto i tecnici trovarono la cavità e iniziarono a riempirla sconsideratamente di cemento armato. Ma la cavità non accennava a riempirsi, fino a ché arrivò un allarmato tecnico del comune: è tuttora visibile (anche se non facilmente visitabile) lo spesso strato di cemento solidificato in cui si ritrovarono immerse automobili e motorini, duraturo monumento alla stupidità umana.

Sera

Pizza in una delle due più rinomate pizzerie napoletane: Michele, al bivio fra via Sersale e via Pietro Colletta che, innestandosi perpendicolare su via Forcella, taglia il reticolato regolare in diagonale portando rapidamente a Castel Capuano, o Trianon, ancora su via Pietro Colletta all'altezza di piazza Calenda con i rimasugli di mura greche.

3° giorno: isola a scelta

Procida

L'itinerario che proponiamo comporta l'intero periplo a piedi dell'isola. Procida è infatti più da "girare" nella sua interezza che da "visitare" facendo tappa solo nei suoi aspetti più conclamati, cosa che potrebbe lasciare anche un po' deluso il visitatore più superficiale. Le sue ridotte dimensioni ci danno la possibilità di farlo mentre la sua forma lo rende estremamente vario e interessante. Se abbiamo poco tempo, magari vogliamo andare in spiaggia, o non abbiamo voglia di camminare, dalla piazzetta della Corricella, dopo essere saliti all'Abbazia di san Michele (direi però che non vale la pena per il visitatore superficiale andare all'abbazia se poi non scende nei sotterranei), si può prendere il bus che porta alla Marina di Chiaiolella tagliando in diagonale tutta l'isola (a piedi ci vorrebbe una mezz'oretta abbondante di buon passo), consci così di scampare sbrigativamente alle malìe dell'isola: l'odorosa intimità delle ombrose viuzze strette dall'abbraccio dei sinuosi muretti di tufo che con fatica trattengono la prosperosa vegetazione, la feconda terra giallastra dei sentieri che penetrano la rigogliosa macchia mediterranea per poi sbucare frantumandosi all'improvviso sull'orlo della scogliera corrugata, le case dalle forme morbide e sinuose appisolate sui lati delle strade quando i basoli sono spazzati dal sole meridiano. Dalla Marina di Chiaiolella, dopo una puntata a Vivara, per andare alla Cala del Pozzo Vecchio si è quasi costretti ad andare a piedi: per prendere l'autobus che porta al cimitero che protegge la cala dovremmo prima tornare alla Marina di Sancio Cattolico, perdendo un sacco di tempo nell'aspettare la coincidenza; a piedi ci vorranno tutto sommato una ventina di minuti di buon passo. Procida è infatti, grazie anche alle sue dimensioni, soprattutto da girare a piedi, più che da "visitare" facendo tappa solo nei suoi aspetti più eclatanti.

Per il ritorno mi sembra estremamente vantaggioso il rientro in traghetto per Pozzuoli, prendendo poi la Cumana (la stazione è subito alle spalle del porto) fino a Montesanto.

Sbarcati alla Marina di Sancio Cattolico (corruzione di "santo cattolico" [Actilio et al. p. 91]), con gli occhi ancora pieni dello sgargiante affastellarsi di case colto dal mare, veniamo subito avvolti nell'indaffarata vita quotidiana di un villaggio di pescatori. Ci avviamo lungo la banchina passando davanti al crocifisso del 1845 che ci colpirà senz'altro per la base rivestita di maioliche colorate e giungiamo alle spalle della candida chiesa di santa Maria della Pietà. Qui, dopo una veloce visita all'interno (si noti la statua di san Nicola con il secchio e i tre giovinetti), prendiamo la via a destra (prendendo nota che se fossimo andati dritto, il primo bar subito dopo il ristorante è famoso per la sua miscela di granita di limoni: lo terremo buono al ritorno in attesa di imbarcarci), detta "il canale" evidentemente perché quando piove diventa uno sfogo naturale per l'acqua. Risalendo, prendiamo poi la prima strada a sinistra che ci porta a piazza dei Martiri e alla graziosa chiesa di santa Maria delle Grazie. Da qui possiamo avere un primo assaggio della Marina di Corricella, antico borgo di pescatori (dove sono state girate alcune scene de Il Postino di M. Troisi), che potremo gustare appieno dal belvedere dei due cannoni lungo la salita Castello. Varchiamo l'arco dell'ex-penitenziario (dove furono internati anche molti prigionieri politici, come racconta nel suo libro di memorie l'attempato mons. L. Fusanaro), osserviamo sulla destra le fondazioni sulla roccia delle case della sovrastante Terra Murata, che raggiungeremo poco dopo varcando un secondo arco. Vale la pena percorrere la breve circonferenza ovale del borgo, guardando dall'alto le rovine di santa Margherita sulla sottostante punta dei Monaci, e girando intorno alla cisterna. Il castello d'Avalos a strapiombo sul mare, volto verso la terraferma, è purtroppo abbandonato a se stesso e non visitabile. La visione migliore si avrebbe dal mare, altrimenti ci si deve accontentare della vista dalla terrazza.

L'ascensione culmina con la visita della cinquecentesca abbazia di san Michele, la cui attrattiva più turistica è costituita dagli scheletri nei sotterranei (sotterranei rispetto al piano di calpestio, in realtà ben sopraelevati sul mare!). Qui infatti si svolgevano i macabri riti delle variopinte congregazioni segrete (i "turchini", i "bianchi") che esponevano i defunti in bare di vetro (o con buchi da cui sporgevano le mani da baciare) al fine di famigliarizzare i viventi con la morte. Pregna di vita e morti passate, inspiro con riverenza l'aria della cappella di sant'Alfonso (XVIII sec.), sentendomi fissato da immaginarie figure di austeri membri della congrega dei "Rossi" (fondata nel 1733 da sant'Alfonso Maria de' Liguori), ancora assisi sugli scanni dismessi dell'elegante coro ligneo. Eppure basta sporgersi dalle finestrelle quadrate per rimanere affascinati dallo strapiombo dell'azzurro del mare mosso dai riflessi del sole. La giovane ragazza che ci guida dà sfogo alla sua inflessione dialettale nel riportarci l'improperio napoletano "puozza sckulà", "possa tu scolare", cioè morire e lasciar uscire gli umori e i liquidi rinsecchendoti grazie all'aria marina. Incredibilmente ricca (8000 volumi, il più antico del 1534) è l'antica biblioteca, un tempo evidentemente unico polmone da cui attingere cultura per la piccola isola, i cui titoli più curiosi sono esposti ai visitatori. Per un percorso interno si arriva alla chiesa, la cui facciata esterna non sembra quasi in relazione con lo spazio interno. Caratteristici gli ammonimenti scritti a mano dal curato mons. Fasanaro che principiano invariabilmente con un vistoso "alt!" (i più recenti sono stampati con il computer!). Non è davvero necessario essere fortunati per incontrarlo o vederlo al lavoro attraverso la porta della sagrestia, mentre si aggira attorno a polverosi libroni tratti dalla biblioteca. In chiesa, non passi inosservata il monito della lapide del nobile tedesco Balthasar Aglaubitz: "Non ti sfugga, o passante, questo triste esempio di fragilità umana. Fermati!" che è il remoto prototipo dei moderni foglietti del curato. Sopra il coro si trovano quattro dipinti del napoletano Nicola Russo, tutti datati 1690, raffiguranti il sogno di Giacobbe, l'apparizione di san Michele sul Galgano, san Michele Arcangelo che protegge l'isola di Procida e l'apparizione dei tre angeli ad Abramo.

Ridiscesi alla Corricella, ci prepariamo a proseguire il nostro periplo dell'isola. I lati della strada sono un continuo susseguirsi di case, ma qualche portone lasciato aperto lascia intravedere i ricchi giardini e la macchia mediterranea che prende subito il sopravvento dietro di esse. Dal quadrivio di piazza dell'Olmo possiamo raggiungere Punta Pizzaco e l'insenatura di Carbogno prendendo a sinistra, la cala del Pozzo Vecchio a destra, mentre proseguiremmo più o meno diritto inoltrandoci nell'interno per dirigerci verso la costa opposta.

Chi avesse tempo di fare una digressione a Punta Pizzaco, prenda quindi la viuzza che si incurva a sinistra. Dopo poche decine di metri l'ininterrotto prospetto di case sulla sinistra viene sfondato come se, venuto a mancare il sostegno, fossero precipitate scomparendo silenziosamente nel mare: ci ritroviamo sul limitare della scogliera e dall'inaspettato squarcio appare già un buon colpo d'occhio sulla Corricella e sul complesso di Terra Murata secondo una visuale inusuale, opposta a quella che si ha, da ben più lontano, dalla terraferma dei Campi Flegrei o avvicinandosi in traghetto; al di sotto, la sottile striscia di sabbia scura della Chiaia è raggiungibile dalle scale inserite poco prima in una fenditura rocciosa perpendicolare alla costa, che sfocia in un piccolo stabilimento balneare. Saltiamo la prima laterale a sinistra che è chiusa e prendiamo quella subito dopo. Dapprima scorrono ai lati alcune ville con bei giardini e graziose soluzioni architettoniche, poi la strada si fa sterrata fino a diventare sentiero e alla polvere ocra segue la roccia della scogliera, che qui è a picco solo nell'ultima parte mentre nel primo tratto si mantiene su un ripido pendio ancora chiazzato dalla macchia mediterranea. La roccia chiara su cui poggiamo saldamente i piedi, il verde carico delle agavi e dei fichi d'India che si protendono o si ripiegano sullo stretto tracciato, l'azzurro intenso del mare e quello slavato del cielo, si stratificano e si alternano secondo un ritmo vivace che non ci fa invidiare più di tanto chi sfreccia sotto spavaldo a bordo dei motoscafi. Il sentiero prosegue a sinistra (siamo proprio sulla punta fra le due insenature) fra due muraglie di verde, a sinistra c'è il limitare della macchia mediterranea, mentre a destra si intuisce il ciglio della scogliera; poi torna ad aprirsi sull'insenatura della Corricella con una stupenda visuale anche su Punta dei Monaci (con le rovine diroccate della chiesa di santa Margherita) e la soprastante Terra Murata, coronata dall'Abbazia di san Michele. Ritornati indietro sulla strada, possiamo proseguire sul bordo dell'insenatura di Carbogno, e da qui si vede bene la scogliera di questo lato di punta Pizzaco che si getta diagonalmente in mare. Sulla sinistra si trova un piccolo parco, poco rigoglioso in estate ma non privo di una sua originalità, mentre a destra una strada sale e poi piega costituendo la via principale del borgo delle Centane; arrivati ad un incrocio, giriamo a sinistra, ritornando infine sull'insenatura di Carbogno per poi lasciarla imboccando ancora una strada che curva a destra che ci permetterà di arrivare dal fianco con una placida discesa sulle poche case della Marina di Chiaiolella, affacciata sulla bella insenatura oggi porto turistico.

Chi volesse evitare la suddetta digressione alla punta Pizzaco, al quadrivio di piazza dell'Olmo deve proseguire dritto. Dinanzi alla chiesa di sant'Antonio da Padova la strada si biforca: se andassimo a sinistra potremmo inoltrarci lungo i bei sentieri della punta di Solchiaro dopo aver attraversato il borgo solitario di Centane; prendiamo invece la destra che ci porta alla Marina di Chiaiolella.

Percorrendo la breve lingua di terra che separa la Marina dalla spiaggia del Ciracciello ci spingiamo verso l'isolotto di Vivara; ad un certo punto un sentiero sulla sinistra si inerpica verso la cima di santa Margherita, il piccolo ma impervio promontorio che separa l'insenatura di Chiaiolella dal golfo di Genito. Nonostante verosimilmente la calura del mezzogiorno a malapena mitigata dalla folta vegetazione, continuiamo l'effimera salita per poi scendere subito, varcando abusivamente il cancello e frenando a fatica l'entusiasmo: la vegetazione dirada e il sentiero di cubetti di porfido sembra un lungo scivolo rilucente che si proietta sul mare verde-azzurro catapultandoci verso Vivara, sulla cui erta propaggine risalente dalle acque un altro più severo cancello impedisce l'accesso all'incontaminata oasi naturale e agli scavi archeologici. Ci accontentiamo però dello spettacolo del golfo di Genito, cratere vulcanico semi affondato di cui il moderno ponte (sotto corrono i tubi dell'acquedotto) emula l'antica parete ormai sommersa o franata, congiungendo di nuovo il relitto di Vivara con Procida.

Quando ci decideremo a lasciare Vivara, possiamo arrancare lungo la spiagge del Ciracciello prima e del Ciraccio poi, separate da due un po' miseri rispetto a Capri ma sempre pittoreschi faraglioni. Alle spalle, un sentiero che ha conosciuto momenti migliori risale la scogliera verso quella che dovrebbe essere l'area archeologica dove, in seguito al dilavamento di un temporale (1950), vennero alla luce alcune tombe pre-romane. Forse un po' stanchi, dovremo aspettare che la scogliera si abbassi per imboccare via Salette e prendere poi sulla destra via Flavio Gioia fino al cimitero dell'isola, che cela e protegge l'indimenticabile cala del Pozzo Vecchio (dove pure è stata girata una memorabile scena del film "Il Postino"). Per raggiungerla, seguiamo il sentiero pavimentato a ridosso del muro destro del cimitero, la cui movimentata disposizione interna, sviluppata su più piani per sopperire alla morfologia del terreno, potremo osservare a tratti. Proprio quando il sentiero sembra finire contro un muretto che si sporge sull'infinito azzurro, compare dietro l'angolo a sinistra una spiaggetta incastonata in un'insenatura quasi circolare ben delimitata dall'alta scogliera. A sinistra ci sono alcune grotticelle mentre sull'altro lato c'è l'avventuroso passaggio verso la caletta degli Innamorati, dominata dalla sovrastante torre d'avvistamento.

Spiagge a Procida

Per fare il bagno, dopo la cala del Pozzo Vecchio e a parte la convenzionale spiaggia del Ciraccio e Ciracciello, ci sono le profonde acque di Vivara e la spiaggia Ghiaia nel golfo della Corricella. Le spiagge ai due lati della Marina di Sancio Cattolico mi sembrano davvero impraticabili per la sporcizia (forse quando le ho viste dovevano ancora essere bonificate in vista dell'estate).

Rientrando verso la Marina di Sancio Cattolico -e premesso che tutte le stradine di questa zona, dove le case sono più rare e domina la macchia, meritano di essere percorse, ad es. via Scotto di Vettimo (dalla casa-torre) o la sinuosa e strettissima via Elleri- vale ancora una volta la pena avventurarsi nel reticolato regolare della contrada Pioppeto. Al termine di via Faro si arriva all'imboccatura di un bel sentiero a picco sul mare che termina ahimè contro una ben protetta proprietà privata.

Prima di imbarcarsi sul traghetto, raccomando di gustare la dolce "lingua di Procida" e una granita al succo dei rinomati limoni locali: non stupitevi se, dopo una giornata straordinaria come questa, sarà il gusto a prevalere sulla vista lasciandoci l'indelebile ricordo dell'armonia di limone fresco, sciroppo, zucchero, ghiaccio grezzo e fine della granita.

Ischia

Se si vuole avere il massimo anche dal percorso in mare, prendendo all'andata un traghetto che fa scalo a Procida e al ritorno il diretto Ischia-Napoli si ha modo di osservare tutto il perimetro di Procida, prima dal lato terraferma all'andata e poi dal lato mare aperto al ritorno.

Digressione panoramica dal traghetto

Partendo dal molo Beverello, alle spalle abbiamo il Maschio Angioino, poi si gira e rimane il Vesuvio; sulla destra man mano si susseguono: il palazzo reale, Castel dell'Ovo, lungomare Caracciolo e la villa (=parco) comunale, Mergellina con il porto turistico; la monocroma e traforata sagoma di palazzo Donn'Anna cui fanno da contrappunto i colorati ombrelloni della spiaggetta dirimpetto, le varie ville (Rosebery, Emma, Malatesta) di Posillipo; il borgo dei pescatori di Marechiaro da cui si distacca più sopra la piccola torre campanaria di santa Maria del Faro; cala san Basilio, l'isola di Gaiola e la grotta dei Tuoni, mentre in cima alla scogliera si intravedono nel verde le rovine dell'area archeologica e un pezzo -mi pare- del teatro romano; quindi cala Trentaremi con lo scoglio semi-sommerso e punta Cavallo che si protende dolcemente nel mare, sullo sfondo imponente dello sperone di tufo giallo di monte Coroglio, coronato dalla piattaforma alberata del parco Virgiliano con i tanti affacci a strapiombo sul mare; nella roccia si vede qualche puntino nero e dovrebbero essere le finestrelle ricavate nell'ultimo tratto della grotta di Seiano che dal primo tornante della discesa di Coroglio (dietro lo sperone roccioso sul lato terra) porta tuttora alle ville romane dell'odierna area archeologica; a questo punto il ciambellone di Nisida è sbucato già da un po' e fa ormai da quinta l'area industriale di Bagnoli; quindi è il turno di Pozzuoli con l'irregolare massa del Rione Terra che sporge sul mare mentre più sopra a destra si intuisce la sommità sbrecciata della caldera della Solfatara; il verde vulcano in miniatura del Montenuovo (il più basso, il più alto a destra è il monte Barbaro); la sagoma piatta e larga del castello aragonese di Baia, saldamente adagiata su un promontorio; capo Miseno dall'inconfondibile sagoma con il faro sopra e la grotta sotto; quindi la spiaggia di Miliscola (con un po' di fantasia sembra di vedere gli alberi delle triremi romani ormeggiate al riparo dalla sottile striscia di terra, se non addirittura la nave di Plinio il Vecchio che esce in mare per correre in soccorso degli abitanti di Pompei nonostante il buio delle ceneri) alle cui spalle fa capolino di nuovo il castello aragonese di Baia (stavolta dal lato terra); Monte di Procida con la propaggine dell'isolotto di san Martino; a questo punto passiamo sull'altro lato della nave dove rimarremo sorpresi nel trovare già Procida con il castello d'Avalos a picco sul mare, seguito poco dopo dalle variopinte case della Marina di Sancio Cattolico; dopo lo scalo appare imperdibile la cala del Pozzovecchio, poi la spiaggia del Ciraccio e finalmente la mezzaluna di Vivara; se abbiamo preso il diretto vediamo il lato opposto dell'isola con lo strapiombo sotto l'abbazia di san Michele, la Marina di Corricella, punta Solchiaro, la stretta imboccatura del porto di Chiaiolella, per concludere inevitabilmente con Vivara che sembra tendersi da Procida verso Ischia. In un modo o nell'altro ora abbiamo di fronte Ischia in tutta la sua vastità: man mano che ci avviciniamo prende forma e si distacca in primo piano l'isoletta ripida su cui si erge il castello aragonese.

Sbarcati a Ischia porto, se abbiamo già visto Procida e Capri, ci aspetteremmo un'impressione a mezza via, invece il mondo che si dischiude davanti a noi è ancora qualcosa di nuovo: Ischia è un'isola e quasi una terraferma. Lasciato il porto, seguiamo il lungo corso Vittoria (occhio alle chiese ai lati), poi via Pontano e via Luigi Mazzella fin sul ponte del castello aragonese. Mentre saliamo con l'ascensore ci ritroveremo stupidamente a rimuginare sul salatissimo biblietto di ingresso invece che prepararci spiritualmente a scoprire un labirinto di spazi abitativi costruiti a secco, ampi ambienti umidi e ombrosi, sentieri assolati, strapiombi mozzafiato sul mare, ulivi, terrazzi, piante grasse, cappelle, prigioni, rovine... L'itinerario più panoramico è quello di levante: dalla casa del Sole (i cui passaggi ricordano un po' certi quadri di Escher) saliamo alla chiesa di san Pietro a Pantaniello e proseguiamo attraverso il carcere borbonico, il terrazzo degli Ulivi, la chiesa di santa Maria delle Grazie (il cui utilizzo come sede per mostre di pittura stona con la sobrietà del luogo e il contesto naturale), l'assolato sentiero del Sole, il viale dell'Ailantus, i resti del tempio del Sole. Dell'itinerario di ponente ricordo il cimitero delle monache con i sedili su cui le monache morte scolavano sotto gli occhi delle compagne vive (avrete il coraggio di sedervi?) e la cattedrale dell'Assunta, crollata nel 1809 sotto le incuranti cannonate inglesi; sotto la chiesa c'è una cripta costruita fra XI e XII secoli con affreschi di scuola giottesca! Vale la pena scendere a piedi nella fresca penombra del tunnel coperto facendo una sosta alle minuscole sale del museo della tortura.

Un minitaxi può portarci ora alla spiaggia dei Maronti: si sale poi si scende, sembra di essere in montagna anche se il mare è sempre lì a due passi. Lungo la spiaggia ci dirigiamo verso l'isolotto di sant'Angelo, una specie di miniatura del castello aragonese. A mezza via ci si può anche avventurare in un stretto canyon che taglia lo sperone roccioso verso una fonte termale. Risaliamo verso sant'Angelo non senza aver fatto qualche suffumigio con il soffione esterno delle terme Aphrodite. Alla fermata dell'autobus, conviene prendere per Forio e Casamicciola Terme, così da completare il periplo dell'isola.

Capri

La posizione e la conformazione di Capri è tale che la sua silhouette rappresenta un elemento inconfondibile da qualsiasi punto del golfo di Napoli la si guardi. A sinistra si erge perpendicolare all'orizzonte del mare lo sperone del monte di Tiberio (335 m), a destra si innalza il largo tavolato roccioso di Anacapri (280 m) che raggiunge sui lati sud e est punte di 500 m di altitudine con i monti Cocuzzo, Solaro, Cappello e santa Maria (da ovest verso est). Fra questi due elementi si adagiano le case dell'abitato di Capri mentre alle loro spalle il terreno continua a salire verso il cocuzzolo del Castiglione (250 m) che sull'altro lato scende a picco sul mare. Se il monte di Tiberio digrada più dolcemente verso l'interno dell'isola, a est il pianoro di Anacapri è troncato all'improvviso da una parete verticale, così da formare l'unica scogliera dell'isola che non si affaccia sul mare. L'isola risulta quindi nettamente divisa in due parti: la parte ovest con Anacapri di pianta vagamente quadrangolare, la parte est più stretta con Capri, per tornare poi ad allargarsi un po' con il monte di Tiberio il quale si protende verso la punta della penisola sorrentina. Nello spigolo nord-ovest si apre la grotta Azzurra, mentre da quello sud-est si staccano i tre faraglioni. Poiché il lato est dell'isola è orientato diagonalmente seguendo il profilo della costiera amalfitana, da Positano è possibile ammirare in lontananza l'ampio fronte sul mare del monte di Tiberio con i tre faraglioni che si stagliano alla sua sinistra; se la visibilità è ottima (come accade raramente d'estate), del faraglione di Mezzo si scorge perfino l'apertura centrale da cui filtra la luce del cielo oltre l'orizzonte del mare.

L'isola condivide la storia geologica della penisola sorrentina di cui è un prolungamento, pur separata oggi dal braccio di mare detto Bocca Piccola (in riferimento al golfo di Napoli). Poi condivise con Ischia le vicende della colonizzazione greca. Nel 29 a.C., quando l'imperatore Augusto la visitò per la prima volta, pur facendo parte ormai da tempo dei possedimenti romani, si parlava ancora correntemente la lingua greca. L'apice della popolarità dell'isola, accompagnato da un notevole impegno costruttivo, risale all'imperatore Tiberio che vi si ritirò dal 26 o 27 fino alla morte nel 37 d.C. Da allora, Capri è stata rifugio di ospiti illustri, fra cui il più inaspettato potrebbe essere per alcuni Lenin, come ricorda un monumento nei giardini di Augusto.

Appena arrivati a Marina Grande, un'alternativa decisamente appetibile all'itinerario proposto consiste nel dedicare un paio d'ore al giro in barca dell'isola, con possibilità (se il mare non è mosso, pena dolorose zuccate all'atto di varcarne lo stretto pertugio) di entrare nella grotta Azzurra (riscoperta nel 1826, ben nota ai romani). Dal mare sono visibili numerose altre grotte e si può apprezzare molto bene lo sviluppo verticale dell'isola.

Sbarcati a Marina Grande, non dobbiamo lasciarci scoraggiare dall'impatto con la folla e la confusione generale: c'è gente dappertutto e l'isola non sembra capace di contenerla... in realtà, appena si abbandona la famosa Piazzetta, complice anche la natura impervia del luogo, ci si ritrova felicemente soli! Con la funicolare saliamo rapidamente alla Piazzetta, ufficialmente piazza Umberto I: l'intimità del luogo, strettamente delimitato dalle case, si può solo immaginare. Un lato è movimentato dalle graziose volte esterne delle cappelle laterali della chiesa di santo Stefano, di cui si intravede di sbieco la facciata barocca, raggiungibile tramite una gradinata che in basso si allarga sulla piazzetta; le forme attuali risalgono alla fine del XVII sec. ma la chiesa ha alle spalle una lunga storia come cattedrale del vescovado di Capri, poi soppresso nel 1818. Altro elemento caratteristico della Piazzetta è il solitario campanile, un tempo appartenente al convento di santa Sofia, ricoperto da una piccola cupola e arricchito da un orologio maiolicato.

Dalla Piazzetta, imboccando via Botteghe e poi seguendo le vie Fuorlovado e Croce arriviamo ad un quadrivio raggiungibile anche per le vie Longano e Sopramonte. Qui dobbiamo decidere se procedere con l'immancabile passeggiata all'Arco Naturale e ai faraglioni o se anteporvi la visita ai resti archeologici della villa dell'imperatore Tiberio.

Nella seconda ipotesi, prendiamo via Tiberio che sale incurvandosi verso destra, lasciando a sinistra la rustica costruzione della chiesetta di san Michele della Croce, a pianta rettangolare con volta a crociera e superstite di un piccolo complesso conventuale francescano. Da questo punto le case cominciano a diradarsi lasciando spazio a vigne, orti e prati bruciati dal sole. Man mano che si sale, muta il panorama sull'abitato di Capri, fiancheggiato dal Castiglione e sullo sfondo della parete rocciosa di Anacapri, in cui si ritaglia ben visibile il tracciato a zig-zag della scala fenicia; con piacere si riprende fiato volgendo lo sguardo all'indietro per ammirarlo. Dopo circa 20 minuti per una gamba allenata, quando la vegetazione torna a infoltirsi, saremo ormai giunti nei pressi dell'ingresso di villa Jovis. Dopo essere stata "frugata" in età borbonica (contemporaneamente alle prime scoperte a Pompei ed Ercolano), fu esplorata in maniera sistematica fra il 1932 e il 1935 dall'archeologo Amedeo Maiuri che la definì come "forse, lo scavo più inebriante che abbia avuto la ventura di fare". Architettonicamente il complesso si adatta con grande razionalità alla natura del suolo, sfruttando i dislivelli per la realizzazione di più piani. Il primo impianto (opera reticolata in tufo flegreo) risale all'età augustea, poi modificato per rispondere alle esigenze di Tiberio (opera incerta in calcare locale intramezzata di ricorsi in laterizio). La prima serie di ambienti visibile lungo il percorso di visita formava il settore termale, a sud dell'impianto di profonde cisterne che costituiva il centro del complesso. Prima di salire alla chiesetta di santa Maria del Soccorso, scendendo alcuni gradini e percorrendo una lunga rampa d'accesso, si accede al quartiere imperiale. Perpendicolarmente alla rampa, si estende quella che un tempo era una larga loggia. Prendendo a destra potremo sporgerci sullo strapiombo del cosiddetto "salto di Tiberio" (297 m); girando a sinistra ci avviamo invece verso i resti di una costruzione in opera reticolata con filari in laterizio che è stata identificata con lo specularium, l'osservatorio (specola) di corte in cui Trasillo studiava i movimenti degli astri al fine di trarne presagi per l'imperatore. Fra gli ambienti visibili sulla sinistra lungo il percorso, il più vasto era un triclinio. Tornati sui nostri passi, saliamo alla terrazza con la chiesetta di santa Maria del Soccorso, ampliamento della cappella medioevale dedicata ai santi Cristoforo e Leonardo. Il percorso prosegue quindi lungo l'emiciclo che delimitava un vasto ambiente di rappresentanza affacciato sulla scogliera. Ridiscesi verso l'ingresso dell'area archeologica, alle spalle dei locali della biglietteria si intravede la torre di segnalazione fatta erigere da Tiberio per ricevere e trasmettere messaggi. Lasciata l'area archeologica e avviandoci a tornare indietro, possiamo soffermarci nel solitario parco Astarita, il cui ingresso si trova ad un centinaio di metri dalla villa sulla sinistra. Il parco è ben ombreggiato e presenta una serie di stupendi affacci sul mare dove i necessari interventi dell'uomo per la messa in sicurezza si sono piacevolmente adeguati alle straordinarie forme con cui la natura ha plasmato la scogliera.

Tornati o rimasti al suddetto quadrivio, imbocchiamo via Matermània (proseguimento di via Sopramonte) così detta in riferimento ai culti della Grande Madre (Mater Magna), la dea Cibele*, che si tenevano nella grotta omonima. Arrivati ad un piccolo spiazzo con una fontana, alla biforcazione prendiamo la via di sinistra. Anche qui le case iniziano a diradarsi, ma più lentamente e lasciando scorrere ai lati una vegetazione fitta e rigogliosa nonostante la calura. Ben presto la viuzza inizia a scendere rapidamente, fino a trasformarsi in tortuosa scalinata avendo ormai dinanzi agli occhi la nostra meta, l'Arco Naturale, attraverso il quale rifulge il mare azzurro della cala di Matermània. Risaliti gli ultimi 121 gradini , prendiamo a sinistra la scalinata in discesa che conduce alla grotta di Matromania, forse adibita a ninfeo dall'imperatore romano Tiberio. Oltrepassata la grotta, gli scalini proseguono insinuandosi nel folto sottobosco: i tratti rettilinei sono spezzati da curve improvvise e pianerottoli che variano la direzione della discesa, nel tentativo ben riuscito dell'uomo di adattarsi alla morfologia/natura del suolo, per il resto tenuta ben separata dalla propria opera grazie a bassi e regolari muriccioli. La discesa può essere compiuta senza il pensiero di dover risalire l'infinita serie di scalini, in quanto la passeggiata è circolare e ci riporterà più gradualmente all'abitato di Capri per un'altra via (anche se alla fine quel che scenderemo dovremo recuperarlo se vogliamo ritrovarci nella piazzetta); per questo consigliamo caldamente di percorrerla in questo verso! Giunti sul limitare della scogliera, che in questo tratto è più bassa che altrove, il sentiero prosegue con lievi saliscendi e solo qualche manciata di gradini. Un primo tratto rimane avvolto nel fresco sottobosco che lascia comunque filtrare fra i tronchi il baluginare del mare; poi diventa più esposto, mentre un paio di altri sentieri se ne distaccano sulla sinistra: uno porta alla vistosa villa Malaparte pigramente e vistosamente adagiata su punta Massullo. Siamo in piena stagione turistica ma, nonostante la spettacolarità del percorso, incontriamo a malapena un paio di coppiette. Infine spuntano i tre faraglioni (così detti perché utilizzati come fari dai romani) e ci concediamo una doverosa sosta nell'apposito terrazzino. Sotto di noi si trova lo scoglio largo e basso (40 m) del Monacone. Se riusciamo a staccare lo sguardo dai faraglioni per guardare nella direzione opposta, vediamo la penisola sorrentina con punta Campanella e l'ingresso alla baia di Ieranto, Positano c'è ma è di sbieco mentre il paesotto più evidente dovrebbe essere Vettica Maggiore. Ripreso il cammino, possiamo decidere di scendere verso i faraglioni, ovvero alla spiaggia senza sabbia e con acque profonde (come avverte un cartello maiolicato) di Tragara. Fra i due stabilimenti balneari a pagamento si trova un'area libera, priva però di accesso al mare. Dal basso, l'imponenza dei tre faraglioni è ancora più appariscente: il faraglione di Terra è alto 111 m, quello di Mezzo 81 m, mentre quello di Fuori 105 m. Il faraglione di Terra è di fatto una propaggine dell'isola; il faraglione di Mezzo ha un'apertura a livello dell'acqua che da qui si percepisce solo vedendo una qualche imbarcazione che entra da una parte ed esce dall'altra. E' anche possibile scalarli con un'arrampicata abbastanza impegnativa e l'appoggio di una barca. Risaliti più velocemente di quel che avremmo potuto immaginare i numerosi gradini, ritornati sul sentiero principale, raggiungiamo velocemente via Tragara e da qui, dopo una sosta al belvedere e una granita al limone, via Camerelle che ci porta, girando a destra su via Vittorio Emanuele, di nuovo alla Piazzetta.

Avendo tempo, girando invece a sinistra su via F. Serena (o poco prima su via Cerio) possiamo concederci una digressione alla Certosa di san Giacomo. Edificata nel XIV sec. ebbe alterne vicende (fra cui il rifiuto di ricoverare gli appestati del 1656), fino alla soppressione inglese del 1806. Si compone di due chiostri affiancati da una chiesa con il catino absidale riccamente affrescato; caratteristici sono il campanile con la campana sostenuta da quattro bracci di pietra che si ricongiungono in cima e il morbido incrociarsi delle volte a botte della chiesa viste dall'esterno. Dal chiostro grande, sul far del pomeriggio e nonostante il sole d'agosto, l'impressione di serenità e pace si fonde con quella dell'abbandono e della solitudine. Isolata dalle case, se ne può apprezzare la struttura e la collocazione in una sella fra il picco del Castiglione e il monte Tuoro dalle terrazze dei vicini giardini d'Augusto (che non sono un sito archeologico!), raggiungibili seguendo via Matteotti. Le terrazze si sussegueno su diversi piani variando i punti di vista, oltre che sulla Certosa, sui faraglioni, sulle case morbide e colorate che chiazzano il rigoglioso pendio verde del monte Tuoro e, dall'altra parte, sulla Marina Piccola con lo scoglio delle Sirene e, più oltre, sulla punta del Mulo. Sazi di panorami, ci scopriamo immersi in un giardino curatissimo, ricco di aiuole e fiori colorati. Un ponticello scavalca l'inizio di via Krupp, dono a Capri dell'industriale tedesco Alfred Krupp, realizzata nel 1902 su ardito progetto dell'ingegnere Emilio Mayer (lo stesso che aprì la strada provinciale per Anacapri). La via si aggrappa formidabilmente alla roccia per scendere dolcemente fino al mare, avvolgendosi su se stessa in ben 8 tornanti e proseguendo poi verso Marina Piccola. Lungo il percorso, nella roccia, si apre l'antro artificiale di fra' Felice. Se ci siamo avventurati lungo via Krupp fino a Marina Piccola possiamo risalire lungo via Marina Piccola fino al quadrivio Due Golfi e da qui prendere l'autobus di cui sotto, altrimenti dovremo tornare sui nostri passi e raggiungere la Piazzetta.

Un'ulteriore digressione potrebbe portarci al castello del Castiglione (risalente alle prime scorrerie arabe, poi potenziato da Roberto d'Angiò nella prima metà del XIV sec., oggi proprietà privata) o al parallelo belvedere del Cannone, raggiungibile seguendo via Madre Serafina di Dio.

Anacapri

Dalla Piazzetta, prendiamo via Roma fino al piccolo spiazzo dove è stato ricavato un ingegnoso capolinea degli autobus con percorsi obbligati onde evitare litigi sulla priorità degli aspiranti passeggeri. Inseriamoci nella fila per Anacapri e attendiamo pazientemente l'arrivo del minibus (le corse si susseguono ogni 15 minuti circa). Oltrepassato il quadrivio Due Golfi (prendendo a destra saremmo discesi a Marina Grande), dopo una serie di tornanti circondati da una fitta vegetazione, sulla destra si dispiega uno splendido panorama su Marina Grande e su Capri. Anacapri significa infatti in greco "sopra Capri". Scesi a Capodimonte (piazza Vittoria all'inizio dell'abitato), imbocchiamo a piedi via G. Orlandi; la seconda laterale sulla destra (la prima è via Timpone) dovrebbe già lasciare intravedere la facciata bianca ed equilibrata della chiesa di san Michele Arcangelo. Costruita per volere di madre Serafina di Dio fra il 1698 e il 1719, a struttura centrale con cupola su pianta ottagonale, quattro absidi maggiori negli assi allungati della croce e quattro archi minori negli assi diagonali terminanti con absidi rotonde. "Per il gusto degli stucchi, l'alternato ritmo degli archi e delle nicchie, i lievi raccordi in curva, il biancore discreto, che conferisce la massima visibilità al colore" rappresenta secondo Roberto Pane uno dei più pregevoli esempi di architettura settecentesca napoletana. Il progetto architettonico è attribuito ad Antonio Domenico Vaccaro, autore della chiesa della Concezione a Montecalvario in Napoli. In questa cornice (e non in senso figurato!) è collocato l'eccezionale pavimento maiolicato raffigurante la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Datato al 1761, fu eseguito da Leonardo Chiaiese, uno dei migliori maiolicari abruzzesi operanti a Napoli. Al centro risalta l'angelo con la spada infuocata che scaccia Adamo ed Eva; dietro il diavolo sotto forma di serpente è attorcigliato al tronco dell'albero; sullo sfondo il sole, la luna e le stelle; vicino all'ingresso in primo piano sono raffigurati gli animali domestici, che poi lasciano spazio, fra ciuffi d'erba e rigogliosi corsi d'acqua, a quelli esotici fra cui non poteva mancare il leggendario unicorno. Il contrasto fra la drammatica disperazione dell'uomo e della donna e il placido ruminare degli animali, connota ulteriormente la scena, insieme al contrasto con il bianco luminoso delle pareti interne della chiesa. Dopo aver apprezzato i singoli particolari girando intorno al pavimento, è possibile salire sul balcone dell'organo per godere della visione d'insieme. [ampi stralci adattati da Congrega dell'Immacolata Concezione, Chiesa monumentale di san Michele in Anacapri, Padova 1998]

Da Anacapri è possibile compiere diverse passeggiate:

Tornati a piazza Vittoria da cui avevamo iniziato la visita di Anacapri, concludiamo la nostra giornata caprese con una passeggiata fino alla vicina villa san Michele, raggiungibile al termine dell'omonima via, stretta fra le mercanzie dei debordanti negozi. Axel Munthe (1857-1949, svedese) elesse questa villa quale sua residenza, restaurando e ampliando i resti di precedenti costruzioni, originariamente forse una stazione di sosta romana al termine della scala fenicia. Anche qui, dal famoso terrazzino con la sfinge, si gode di un panorama mozzafiato.

Per rientrare a Marina Grande, suggeriamo, anziché un autobus affollato, di percorrere a piedi la scala Fenicia. Proibitiva in salita, permette di arrivare al porto in una ventina di minuti. A dispetto del nome, il percorso intagliato nella roccia è probabilmente di origine greca e, fino all'apertura nel 1874 della strada oggi asfaltata, rappresentava l'unico modo per salire ad Anacapri (a dire il vero lo sperone roccioso che taglia l'isola in due è superato anche dall'impegnativo sentiero del Passetiello che da santa Maria a Cetrella scende al quadrivio Due Golfi).