Da Agostino BIGNARDI, ‘Gallego, Braia, Persicetum’, Strada Maestra, 1 (1968), pp. 35-40 [brano riportato pp. 39-40].
Avendo ricercato sinora la ragione etimologica di Gallego [n.d.r: il canale fra Persiceto e Sant’Agata che poi gira verso Decima] e di Braia, concluderemo con qualche annotazione sul nome stesso di Persiceto. La fantasia del cronista [n.d.r.: secentesco autore di Origini e prime vicende del Castello], che si era sbizzarrita creando guerrieri e fanciulle per un modesto canale e un antico mulino, per la nostra città scomoda nientemeno che Ottaviano imperatore. Il quale, guerreggiando con Antonio, avrebbe sostato a Persiceto, quivi ricevendo l’omaggio di un frutto allora raro e prezioso, di una pesca. Ottaviano gradì il dono e decise seduta stante di denominare Persicetum il borgo dove aveva gustato quella pesca (persica L.) così squisita.
Peccato che sia difficile credere a un pesco coltivato in Emilia prima di Cristo. Secondo il De Candolle la prima testimonianza dell’introduzione del pesco in Italia (pianta d’origine presumibilmente cinese, importata tramite la Persia) risalirebbe a un dipinto pompeiano, quindi ai primi decenne dell’era cristiana. La pianta avrebbe cominciato allora a diffondersi nel Meridione, ma sarebbe salita al nord solo più tardi. Quel ch’è certo è che nei papiri ravennati del VI secolo sono frequentemente ricordati hortalea, pomifera, vineae, olivae e anche persiceta: si trattava, come ho altrove ricordato, di colture di giardino, cioè di limitati impianti arborei allevati nei broli urbani e suburbani dove nell’alto Medioevo l’orticoltura e l’arboricoltura si rifugiano, colture pregiate che non era prudente attuare a pieno campo esponendole a furti e razzie, ma conveniva riservare agli annessi cittadini. Ecco dunque l’etimologia di Persicetum. Dubitiamo che abbia ragione il Monti quando ritiene che il nome Persiceto “sia derivato dalla coltura del pesco, assai diffuso fin d’allora e nel paese e ne’ dintorni” (11). Non c’è infatti bisogno di pensare a una improbabile diffusione della coltura del pesco: persicetum significa “pescheto, campo ad orto con piante di pesco”, e da un campo o da più campi, attigui a case dell’antico villaggio, venne il nome alla località, Persicetum o Persiceta. E’ abbastanza consueto che un nome comune diventi nome di località. Per fare i primi esempi che mi soccorrono, Linaro dalla coltura del lino, Gualdo dalla coltura della omonima pianta colorante, Oliveto da campi di ulivi.
E’ probabile che i peschi siano stati introdotti nell’agro che verrà detto persicetano in epoca bizantina: Ravenna bizantina fu centro diffusore di colture pregiate che spesso trovarono ricetto negli orti conventuali, e non distante da Persiceto l’abbazia nonantolana rappresenta un faro di civiltà anche agricola. Si ricordi che Persicetum e Nonantola sono molto probabilmente coevi.
Resta da dire, concludendo, che si è anche fantasticato di una etimologia di Persiceto da por-sexeto, che significherebbe “terra divisa”, accennando alla divisione e distribuzione dell’agro persicetano tra coloni latini. Fantasia per fantasia, preferiamo le poetiche storielle, care all’antico cronista, di Gallego e Braia o della pesca graziosamente donata ad Ottaviano. Né comprendiamo perché si debba ricorrere ad astruse e labili etimologie quando il nome comune persicetum per “campo di peschi” è così ben documentato nell’area emiliana, e si sa quanti toponimi derivino in siffatta maniera da nomi comuni – per così dire – nobilitati. Com’è accaduto al persicetum, al pescheto piantato dai nostri progenitori quasi sul margine delle antiche valli che bordeggiavano la grande Padusa.
Di seguito trascrivo il passo del Forni in cui si cita o riassume (purtroppo non è chiaro) l’anonimo cronista persicetano riguardo alla vicenda della pesca. Quando torno a Persiceto, spero di poter consultare un’edizione integrale della cronaca, perché sono molto curioso di sentire la viva voce del fantasioso cronista...
Da Giuseppe FORNI, Persiceto e san Giovanni in Persiceto, ‘Tradizioni e leggende sulle origini e vicende di Persiceto (anno 352 a.C. - anno 728 d.C.)’.
Un anonimo, che si crede un Notaio Persicetano, vissuto nel secolo XVII, scrisse una cronaca, che appunto fu detta la Cronaca anonima, trascritta ed ampliata di poi dal canonico Anselmo Anselmi, forse col buon intendimento di attribuire al suo paese natio origini illustri e remote; e con molta ingenuità narrò avvenimenti, citò date e luoghi, indicò persone e circostanze con tanta sicurezza e precisione, così come s´egli fosse vissuto a quei tempi e per tanti secoli avesse personalmente assistito ai fatti da lui narrati.
Ma le sue leggendarie narrazioni, non solo non reggono all´esame della critica più benevola, ma non ci lasciano neanche adito a supporre che sotto il velo del racconto allegorico si possa nascondere qualche briciolo di verità.
Possiamo quindi senza titubanza recisamente affermare che tutto quello che è stato scritto di Persiceto e di S. Gio. Persiceto, da non confondere l’uno con l’altro, fino all’anno 728 d. C., nel quale, come vedremo, trovasi per la prima volta nominato, perché in detto anno Liutprando, XIX nella serie dei Re longobardi, lo conquistò e forse lo distrusse, non è che il parto di una eccitata fantasia ...
Ed ora siam giunti al punto in cui il nostro cronista ci porge con una graziosa storiella una attendibile spiegazione anche del nome di Persiceto, conservato fino a noi, e racconta: che Ottaviano soggiornò a Forum Pompei e lo fece sua piazza forte di guerra; lo aggrandì con recinti, borghi e ponti levatoi, giacchè prima non vi erano che sbarre a capo delle strade (3) con una torre che scopriva il paese; e d’allora cominciò ad essere terra murata di molto riguardo; e poiché qui vennegli offerto dagli abitatori un frutto, allora sconosciuto e di molto sapore, proveniente dalla Persia e perciò denominato Persico, così fu tale l´aggradimento di Ottaviano, che volle con un suo decreto che quella terra si chiamasse d´allora in poi Persiceto, accordando al suo popolo un tribuno col cappello ed alla milizia un centurione colla fascia di cavaliere!
Secondo l’ipotesi di Ludovico Pasquali (non so se da lui ideata o ripresa da altri), Persiceto deriverebbe dal latino persecatum con riferimento alla centuriazione (parallela alla via Emilia) tagliata in diagonale dalla strada che collegava Persiceto a Bologna. Io sono sempre stato favorevole a questa ipotesi, giudicando fantasiosa quella del pesco, ma ignoravo che persiceta fosse un termine diffuso nel lessico agricolo alto medioevale. Quest’ultimo fatto mi sembra abbastanza probante: mi aspetterei però che ci sia qualche altra località italiana così denominata); inoltre, sarebbe interessante sapere a quando risale la prima attestazione dell’albero di pesca nello stemma del comune.
Ma come eravamo arrivati a parlare di Ottaviano e della pesca???
Lo stemma risale al XVI secolo ed è stato riconosciuto dal capo del Governo, Benito Mussolini, il 23 ottobre 1928 con i seguenti elementi: “campo di cielo, all’albero di persico fruttato, al naturale, nodrito, su pianura di verde; capo d’Angiò sostenuto da una fascia di rosso”.
L’arme è quindi da considerare “parlante” dato che l’albero di pesco coi frutti a vista allude direttamente al nome del Comune di PERSICETO (decreto del re Vittorio Emanuele II del 18 luglio 1912 richiesto dal sindaco pro tempore Odoardo Lodi) e nella versione antica stava sradicato e sospeso in campo.
Nell’ 800 furono aggiunti elementi naturalistici come la “campagna” , le erbe palustri e i giunchi, simboli della fiorente economia locale.
Nel 1928 il podestà Arturo Bosi Menotti richiese il ripristino dell’antico nome legato al santo patrono titolare della collegiata.
Il capo testimonia l’adesione al partito di Carlo d’Angiò, sceso in Italia nel 1265 per rivendicare il trono di Napoli con l’appoggio del papa e dei Comuni guelfi e, in seguito, emblema dei Comuni filo-papali. La fascia rossa è un segno d’onore.
Papa Gregorio XVI nel 1838 concesse il titolo di “città”, in seguito riconosciuto nel 1928.
Cara Chiara,
innanzitutto mi permetto di darti del tu e ti invito a fare altrettanto. Scusa il ritardo ma sono reduce da un impegnativo viaggio all'estero. In realtà non sono un esperto di archeoastronomia, comunque provo ad aiutarti.
MC> 1) come tradurre le parole "cosmical setting"? Si tratta del MC> tramonto poco prima del sorgere del sole, il primo tramonto MC> osservabile? Lo posso chiamare tramonto "cosmico"??
Decisamente sì; mi pare di averne parlato anche nella mia lettera a Coelum. E' il primo tramonto osservabile sull'orizzonte occidentale poco prima del sorgere del sole ad oriente. Per "cosmico" si intende praticamente "al sorgere del sole". Schiaparelli lo chiama anche "occaso mattutino" ("occaso" significa "tramonto" quindi "tramonto al mattino").
MC> 2) ho trovato MC> scritto che gli assi est-ovest di tre palazzi minoici "fall within MC> the 29°45' range between the equinoctial mid-point and the point MC> to the south called that of the winter solstice". Come posso MC> tradurre correttamente l'espressione?
Io tradurrei letteralmente che "gli assi est-ovest dei tre palazzi in questione cadono entro l'angolo di 29°45' formato dal punto medio equinoziale e il punto verso sud detto del solstizio invernale".
MC> E cosa si intende per "equinoctial mid-point"?
Purtroppo non ho qui a portata di mano l'Explanatory supplement to the astronomical almanac o qualche libro di Meeus. Credo che per "punto medio equinoziale" si intenda in senso tecnico il punto di intersezione delle linee che compongono la figura a forma di "8" detta lemniscata; tale figura viene di solito riprodotta sulle meridiane, ma altro non è che la figura ottenuta dalle singole posizioni in cielo del sole fissate ad una stessa ora di tempo medio (quello dei nostri orologi) nel corso dell'anno. Tale punto medio rappresenta la posizione del sole (identica) ai due equinozi.
Comunque lascia perdere la lemniscata: per punto medio si intende semplicemente l'intersezione fra eclittica ed equatore celeste (quest'ultimo chiamato "equinoctial", usato come sostantivo, in inglese). Nel caso specifico (sott)intendo "il punto dell'orizzonte in cui sorge il sole quando il sole si trova sul punto medio equinoziale" ovvero in pratica semplicemente l'asse est-ovest, cioè la linea immaginaria che unisce i due punti in cui sorge e tramonta il sole agli equinozi ovvero, per qualsiasi luogo sulla Terra, i punti cardinali est e ovest.* Allo stesso modo (sott)intendo poco dopo "il punto dell'orizzonte più a sud in cui, PER QUELLA DATA LOCALITÀ, sorge il sole al solstizio di inverno". Si tratta però di una mia deduzione e la frase che mi riporti mi convince poco, sicuramente a causa della mia ignoranza, perché per il solstizio ho sottinteso il sorgere, ma potevo sottintendere anche il tramonto, e in tal caso l'orientamento sarebbe radicalmente cambiato perché i due punti del sorgere e tramonto sull'orizzonte non formano un angolo di 90°.
Ho verificato però che a Cnosso al solstizio d'inverno il sole sorge ad un azimut di 119°, ovvero proprio 29° verso sud dal punto cardinale est (azimut = 90°).
* A dire il vero, questo è strettamente vero solo per quelle località della Terra, anno per anno diverse, in cui il sole sorge nell'istante esatto dell'equinozio. Ma a causa del movimento continuo del sole lungo l'eclittica, al tramonto il sole si sarà già spostato quel tanto da tramontare quei 6-7 decimi di grado più in là rispetto al punto cardinale ovest, per cui in senso stretto si tratta di un'affermazione falsa!
MC> Lo stesso discorso vale per un asse di un MC> palazzo che "falls some 37.5° south of the line of the equinox".
In questo caso deduco quindi che "cade circa 37.5° a sud della linea dell'equinozio" ovvero ad un azimut di 90° (=punto cardinale est) + 37.5° = 127.5° (anche qui ho preso come riferimento il sorgere agli equinozi, se fosse il tramonto dovrei prendere l'ovest e sarebbe un azimut di 270° - 37.5°).
Di più non so dire. Spero di non averti confuso le idee. Se trovi che mi sono sbagliato, correggimi!
Cari saluti,
Gian Pietro Basello
Napoli, 2/lug/2004 14:55
# Re: Effemeridi #
Caro Stefano,
ti accenno alcune cose che richiederebbero però interi volumi.
Software astronomici (planetari software) ce ne sono un sacco: per esempio, Skymap è semplice, veloce e shareware (www.skymap.com); altri indulgono molto di più alla grafica, all'estetica e al "realismo" come Celestia (che ora va molto di moda; <http://celestia.sourceforge.net> : dai un'occhiata alla Gallery) o il vecchio Dance of the Planets (<www.arcscience.com/dance.htm>).
A questo indirizzo ne trovi altri:
http://astronomia.altervista.org/software/software.php?id=Planetari
Ma ciò che interessa a noi è la precisione con cui vengono calcolate le posizioni degli oggetti astronomici e quindi la teoria planetaria (o lunare etc.) che viene implementata in ciascun programma.
Le posizioni planetarie possono essere calcolate attraverso una teoria analitica o grazie all'integrazione numerica. Ti rimando all'introduzione di questo scritto di Aldo Vitagliano che mi sembra molto chiara:
http://chemistry.unina.it/~alvitagl/solex/numint.pdf
Fra le teorie analitiche, le più recenti sono la VSOP87 di Bretagnon e Francou per sole e pianeti e la ELP2000 di Chapront e Chapront-Touzé per la luna. Non so se è l'unico, comunque un software che implementa tutte le serie numeriche di queste due teorie è sicuramente Guide (www.projectpluto.com) che acquistai originale fin dalla sua versione 6 che era assai spartana; oggi è giunto alla versione 8 e ho poi scoperto che anche Salvo De Meis lo usa ed è in contatto con l'autore. Posso assicurarti che fa delle cose straordinarie.
Per l'integrazione numerica, c'è l'interfaccia web Horizon (http://ssd.jpl.nasa.gov/horizons.html) del JPL NASA che è un punto di riferimento assoluto. Un riferimento alle fonti per il calcolo delle effemeridi per ciascun corpo celeste si trova a questo indirizzo:
http://ssd.jpl.nasa.gov/horizons_doc.html#sources
Per i pianeti si usa generalmente l'integrazione numerica DE403. Abbiamo anche un'ottimo prodotto italiano, SOLEX, di Aldo Vitagliano di Napoli:
http://chemistry.unina.it/~alvitagl/solex/che si sta rivelando davvero eccezionale.
Se il software non visualizza il cielo virtuale, ma fornisce solo ascensione retta e declinazione dell'oggetto desiderato, bisogna convertire le coordinate equatoriali in altazimutali per sapere in quale zona del cielo si trova il suddetto oggetto. (Ovviamente con un telescopio su montatura equatoriale basta impostare sui cerchi graduati le coordinate equatoriali per inquadrare l'oggetto, sapendo però sempre il tempo siderale -vedi sotto)
Le coordinate equatoriali si misurano in ascensione retta (0° = punto d'Ariete, ovvero nodo [= intersezione] ascendente [= il sole lo attraversa aumentando man mano la propria declinazione all'equinozio di primavera] dell'eclittica con l'equatore celeste. L'eclittica è il percorso apparente del sole che è inclinato di circa 23° rispetto all'equatore celeste; ovviamente è la Terra che ruota su se stessa con un'inclinazione di circa 23° rispetto al piano di rivoluzione attorno al sole) e declinazione (0° = equatore celeste; 90° = polo nord celeste, proiezione di quello terrestre). Il punto di riferimento è l'equatore celeste, proiezione virtuale in cielo di quello terrestre.
Le coordinate altazimutali si misurano in azimut (0° = nord; 90° = est etc.*) e altezza (0° = orizzonte; 90° = zenit).
* Nota postuma: Meeus però misura l'azimut da sud verso ovest. Vedi il capitolo dedicato alla trasformazione di coordinate in Astronomical Algorithms.
Per passare dalle coordinate equatoriali alle altazimutali (ovvero sapere dove si trova un corpo celeste avendo come punto di riferimento l'orizzonte locale e i punti cardinali) basta seguire le formule classiche riportate ovunque e soprattutto in Meeus, Algorithms, cap. "Transformation of coordinates" se non ricordo male. Fra le variabili che entrano in gioco c'è ovviamente la latitudine e la longitudine geografica della località da cui si osserva, e anche (volendo essere precisi) l'altitudine rispetto al livello del mare (che è a sua volta una complicata media delle maree etc. etc.).
Coordinate equatoriali e altazimutali coincidono come puoi intuire al polo nord. All'equatore avremo invece l'equatore celeste che taglia sempre i punti cardinali est e ovest passando per lo zenit. E così via: tutto il problema è dato dalla latitudine a cui uno si trova. La longitudine va vista in relazione all'altra variabile, il tempo: alla fine tutto si risolve calcolando il tempo siderale ovvero l'ascensione retta al meridiano [termine che in senso stretto indica il cerchio massimo passante per lo zenit che taglia i punti cardinali nord e sud] che è una misura locale, cioè varia a seconda della longitudine cui ci troviamo, ed è identico a parità di longitudine (cambiando la latitudine). In pratica il tempo siderale per un dato istante è l'ascensione retta corrispondente ad azimuth 180 cioè sud. Proprio per comodità nei confronti del tempo siderale, l'ascensione retta non si misura tanto in gradi quanto in ore e minuti (360° = 24 ore, 1 ora = 15°). Avendo il tempo siderale, si può facilmente misurare l'angolo orario ovvero i gradi verso est o ovest rispetto al sud in cui si trova l'oggetto desiderato (tu segui tutto su Meeus ovviamente).
Non c'è bisogno che ti dica che, a causa del movimento di rotazione della Terra, il sole e tutti gli altri corpi celesti sorgono ad est, culminano (cioè raggiungono il punto più alto nel cielo, almeno per quella data giornata nel caso di oggetti in movimento come i pianeti) a sud (cioè sul meridiano) e tramontano a ovest. Inoltre il polo nord celeste si trova sempre a nord ad un'altezza pari alla latitudine del luogo. Ne consegue che le stelle aventi declinazione compresa fra 90° e la latitudine del luogo non sorgono o tramontano mai (in quella data località) e sono dette circumpolari. Al polo nord si vedranno sempre tutte le stelle aventi declinazione positiva. All'equatore non esistono stelle circumpolari perché il polo nord è esattamente sull'orizzonte nord e il polo sud sull'orizzonte sud.
Questo vale oggi. Nel caso di astronomia antica, entra in gioco anche il maledetto Delta T. C'è un bell'articolo di Meeus sul suo Morsels II (se non ricordo male) che spiega quando bisogna tener conto del Delta T (e quando invece non influisce sui calcoli). In due parole, la velocità di rotazione della Terra è in continuo e variabile (impredicibile) rallentamento. Bada, si tratta di una quisquilia, ma sommando tale quisquilia per giorni, mesi, anni, secoli, ci ritroviamo con un Delta T di 4 ore nel 500 a.C. Per parlare di Delta T, avrei dovuto dire subito che il tempo astronomico si misura in tempo universale (UT o TU in italiano) che è in pratica l'ora di Greenwich ovvero il tempo locale medio a longitudine terrestre 0°. E' un concetto molto più complicato di quanto può apparire e ti rimando quindi a:
http://aa.usno.navy.mil/faq/docs/UT.html
L'UT varia quindi con il variare della rotazine terrestre. Il calcolo delle effemeridi richiede invece un tempo costante, per intenderci quello di un orologio atomico. Questo è (semplificando) il tempo dinamico, e anche qui ci sono due tipi di tempo dinamico ma la differenza è minima. Il Delta T è la differenza fra TD e UT per una data epoca. Dal 1620 in poi abbiamo dati osservativi. Prima dobbiamo fare delle stime confrontando ad es. l'ora di inizio di un'eclisse per una data località secondo la nostra misura in TD con l'ora locale segnalata da un documento antico o tavoletta. Su come ricavare dei dati scientifici interpolando varie stime, c'è un bellissimo articolo di Huber (se non sbaglio) in Astronomical Amusement, quel libro blu di Mimesis che ti diedi. Io di quell'articolo (che mi interessava tantissimo) non ci capii niente, quindi poi me lo spiegherai, avendo tu tutti le conoscenze per capirlo). In pratica il Delta T è importantissimo: se il valore da noi usato fosse sbagliato per una certa epoca, un'eclisse calcolato potrebbe non essere stato in realtà visibile in un dato luogo per il semplice fatto che a quell'ora la Terra era già girata più in avanti o indietro.
Ti rimando alla pagina 'Analytical Relations for Delta T before the Telescopic Era':
http://www.phys.uu.nl/~vgent/astro/deltatime.htm#Semi-Empirical
Il software Guide permette, oltre ad essere affidabile anche per epoche remote implementando intelgralmente le suddette teorie analitiche, di specificare diverse formule per calcolare il Delta T a seconda dell'epoca storica, e permette anche di personalizzarle se non ci soddisfano.
Ovviamente per epoche diverse da quella attuale variano anche altre "costanti" (cioè in realtà variano in continuazione seppur minimamente): ad esempio l'inclinazione dell'eclittica e il punto d'Ariete. Questo fenomeno è detto "precessione degli equinozi". Di fatto quindi neanche una stella ha una sua propria ascensione retta o declinazione invariabile. Per le stelle bisogna poi tener conto del "moto proprio", in quanto seppur molto lentamente data la distanza, anche'esse si muovono cioè si allontanano da noi. C'è poi la nutazione, l'aberrazione annua e tante altre cose, tutte ben illustrate da Meeus o dall'Explanatory Supplement of the Astronomical Almanac che ti prestai tempo addietro. Horizon e Guide tengono conto di tutto, calcolando la posizione dell'oggetto sia geocentrica (cioè per un'ipotetico osservatore posto al centro della Terra) sia locale (cioè intendo tenendo conto della parallasse -è ben evidente nel caso di corpi vicini come la luna- locale rispetto alla posizione geocentrica).
Spero -ma non credo, perché ho detto troppe cose- di esserti stato utile. In ultima analisi studia bene il capitolo di Meeus sulla trasformazione delle coordinate (anche la faccenda dell'angolo orario) e quello sul calcolo del tempo siderale.
Ti raccomando infine:
Cari saluti,
Gian Pietro
Caro Gian Pietro,
[...] inoltre, volevo ancora chiederti, se puoi fornirmi l'alfabeto originale in Aramaico con relativa traduzione in italiano, se non puoi tu, conosci qualche sito dove posso trovarlo, quelli che ho visitato avevano solo l'alfabeto senza traduzione.
Ciao Maria
Cara Maria,
mi chiedi troppe cose, molte delle quali conosco a malapena! Per l'aramaico spero invece di poterti aiutare.
Nelle immagini allegate "aramaico1" e "aramaico2" troverai due belle tavole che comparano diversi tipi di scrittura aramaica mostrandone l'evoluzione cronologica (in basso trovi i secoli "cent." a cui risalgono partendo dalle grafie più antiche a sinistra fino alle più recenti a destra nella seconda tavola). Vedi anche come cambiano i caratteri: più spigolosi nelle iscrizioni su pietra, molto più corsivi sui più recenti papiri. A questo proposito, nell'immagine "aramaico_qumran" troverai alcune grafie attestate nei manoscritti di Qumran.
Queste tavole fanno riferimento (vedi prima colonna sulla sinistra; prima a destra nell'immagine "aramaico_qumran"), come è consuetudine, alle corrispondenti grafie delle lettere secondo la scrittura ebraica detta "quadrata", quella delle moderne bibbie ebraiche a stampa.
Come saprai, aramaico ed ebraico condividono lo stesso patrimonio fonetico (usano cioè gli stessi suoni) e si potrebbe scrivere tranquillamente in caratteri "quadrati" qualsiasi testo aramaico senza perderci nulla* (e infatti così si fa nelle edizioni a stampa di testi aramaici) e viceversa.
* Cioè mantenendo una corrispondenza univoca fra le lettere del testo aramaico e quelle del testo ebraico e mantenendone inalterata la pronuncia.
Per risalire al nome della lettera e al suono corrispondente, usa le due tavole "ebraico1" ed "ebraico2" (che illustrano la scrittura ebraica "quadrata" [da Muraoka]). Accanto alla lettera ebraica "quadrata" troverai infatti il nome della lettera e la sua pronuncia. La tavola è tratta da un libro in inglese e dà la pronuncia in base al patrimonio fonetico dei parlanti inglese. Se ti trovi in difficoltà con l'inglese, recupero qualche tavola in italiano che in questo momento non ho a portata di mano.
Quando parli di "traduzione in italiano" credo che intendi la traslitterazione (colonna "transliteration") di un carattere ebraico o aramaico in caratteri latini (cioè questi che sto usando ora per scriverti). La traslitterazione è una convenzione di comodo quando, soprattutto in passato, non era facile come ora usare direttamente i caratteri ebraici in un testo a stampa o elettronico (come un documento Word). Non è detto quindi che la pronuncia di una lettera corrisponda perfettamente a quella del relativo carattere latino traslitterato secondo le convenzioni, nel nostro caso, della scrittura italiana. Ad esempio, la lettera "g" si pronuncia sempre come in it. "gatto" o "gola", mai come "gelo". Infatti il nome della lettera, "gimel", pur traslitterato così, si pronuncia con la stessa "g" di "gatto", che in italiano seguita da "i" si esprime graficamente con "gh": quindi si traslittera "gimel" ma si pronuncia "ghimel" (e non si dovrebbe mai scrivere "ghimel" perché la convenzione è che quella "g" scritta ha sempre il suono della nostra grafia "gh"!).
Tutte queste tavole illustrano le scritture aramaica ed ebraica che sono, con l'eccezione delle cosidette "matres lectionis" (segni consonantici che in particolari contesti indicano la presenza di una certa vocale e non di un'altra), scritture consonantiche, ovvero che non scrivono le vocali (le quali si presuppone il parlante possa reintegrare con facilità al momento di leggere mentalmente o ad alta voce). Quando si decise di fissare il testo biblico nella maniera più accurata possibile (VII sec. d.C.), vennero messi a punto alcuni segnetti e pallini da apporre sopra o sotto i caratteri consonantici "quadrati" in modo da indicare senza lasciar spazio a dubbi o interpretazioni personali anche i suoni vocalici.
Non so se era questo che cercavi.
Tante belle cose,
ciao,
Gian Pietro
PS Alcune pagine molto interessanti:
e anche
Ciao Gian Pietro sono Maria,
ero ansiosa di comunicarti che oltre a leggere tutto dalla tua corrispondenza ho anche stampato cose che cercavo da una vita. Sono appassionata oltre che credente, di tutto ciò che riguarda l'aramaico i vangeli apocrifi e tutto quello concatenato alla vita di Gesù.
Dunque volevo sapere cosa si può dire alle persone che chiedono "perchè allora Gesù sulla croce ha detto «Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?» se era figlio di Dio ecc...ecc.." vorrei il tuo parere cosa pensi di questa frase di Gesù???
Cara Maria,
ti ringrazio per la tua lettera generosamente entusiastica. Per quel che riguarda la parole di Gesù, devo dire che mi prendi un po' alla sprovvista. E' venerdì e, siccome posso collegarmi ad Internet solo dal dipartimento della mia università, butto giù due note alla rinfusa perché mi dispiaceva lasciarti senza risposta fino a lunedì.
Generalmente si pone in rilievo il fatto che accanto all'abbandono di Dio ("perché mi hai abbandonato") c'è pur sempre la fede del credente che continua a rivolgersi a Dio in quanto tale ("Dio mio, Dio mio").
Dico "credente" in genere perché Gesù, come ben sai, non dice niente di nuovo ma si limita a citare il primo versetto del salmo 22, un salmo che è stato pregato da generazioni e generazioni di ebrei prima e di cristiani dopo.
Credo quindi che proprio in quest'ottica vada visto il grido di Gesù: Gesù, nel momento culminante della sua esistenza terrena, più che -per così dire- lamentarsi, prega.
Gesù dunque stava re-citando il salmo 22. Molti studiosi infatti sono concordi nel sostenere che l'evangelista si limita a citare il primo versetto per indicare tutto il salmo, come dire oggi che «un uomo in difficoltà ha gridato (il) "Padre nostro"». In questo caso basta leggersi tutto il salmo per rendersi conto che il senso di abbandono e separazione viene ampiamente superato.
Comunque direi che dal testo greco è chiaro che Gesù "grida" e non so quanto si possa gridare un intero salmo di 30 versetti. Ciò tuttavia non toglie nulla al fatto che Gesù citava coscientemente il versetto di un salmo che molti dovevano ben conoscere nella sua interezza.
Dico "molti" notando che fra l'altro questa frase di Gesù è significativamente riportata in aramaico, la sua lingua madre, e ti risparmio le discussioni sulle due forme leggermente diverse fra Matteo 27,46 e Marco 15,34 che è roba per filologi superspecializzati. Se "Eloi" infatti è praticamente ebraico, la forma verbale è senza dubbio aramaica: nel testo ebraico del salmo si usa infatti "azavtani".
Dico "molti" ma forse sbaglio, in quanto è significativo il fraintendimento messianico (Marco 15,35) degli ascoltatori che prendono "Dio mio" per il nome di Elia (di cui ci si aspettava il ritorno messianico, vedi il posto per Elia nella cena pasquale ebraica). [Per inciso, aggiungo che l'aceto (Marco 15,36) dato da bere a Gesù era il normale integratore minerale a quei tempi: non era quindi un gesto di oltraggio, anzi, per quanto accompagnato da parole ironiche.]
Si potrebbe discutere infine sul significato preciso di tale verbo, sia nella forma aramaica che ebraica.
Ti cito san Tommaso d'Aquino:
Bisogna dire che quell'abbandono è da rapportarsi non alla scissione dell'unione personale, ma al fatto che Dio Padre lo espose o sottopose alla Passione. Perciò in quel caso abbandonare non significa altro che non proteggerlo dai persecutori. [III, 50]
Dio quindi non ha "abbandonato" il figlio, semplicemente "non lo aiuta" ma questo "non aiutare" fa parte di un disegno ben preciso che va letto insieme a Matteo 26,36 (Gesù nell'orto degli ulivi che non vorrebbe bere il calice... che è poi il "calice della salvezza" (Salmi 116,13): sul significato della parola "Calice", ci devono essere due righe sul mio sito nella pagina sulla settimana santa).
Insomma si potrebbero dire tante cose, e fare senz'altro ulteriori approfondimenti (ad esempio, vedere quando viene recitato il salmo 22 nella liturgia ebraica, sia ora, sia soprattutto al tempo di Gesù, purtroppo non ho sotto mano qui il libro che suddivide i salmi secondo i momenti della preghiera ebraica; nella liturgia cristiana non a caso viene recitato il venerdì santo e il giovedì santo mentre viene spogliato l'altare), rimane il fatto che le parole di Gesù sono profondamente radicate nella sua umanità sofferente e allo stesso tempo si protendono con forza verso Dio. Un'apparente contraddizione (quella della sofferenza e del male in un mondo che crediamo governato dal Bene ma che non tende al bene) che continuerà a provocarci ogni giorno della nostra vita.
Queste sono solo alcune riflessioni alla rinfusa, della cui approssimazione mi scuso, senza alcuna pretesa di essere quelle giuste (d'altronde non ho nessuna autorità in questo senso, tantomeno su parole così profonde e dette in un momento così forte).
Cari saluti e scusami se alla fine ti ho scritto questa pesantissima lettera rileggendola a malapena,
Gian Pietro
Dove la versione antico-persiana riporta nāviyā [DB OP I 86 (§18)], l’elamico presenta una lacuna che pone notevoli problemi di lettura e interpretazione.
Riporto la più recente traslitterazione del passo [Grillot-Susini et alii 1993: 25]:
| ku-ut-tá | hAmeš | [ha?-]ah | hGIŠ.MÁmeš-na | me-ni | ... | [DB El I 68 (§17)] |
| e | acqua/fiume | ? | barca-di | allora | ... |
Il testo presenta una lacuna di un segno [Weissbach 1911: 24, nota a, che rimanda a King & Thompson 1907] proprio nel punto cruciale. Proviamo quindi a guardare la traduzione proposta [Grillot-Susini et alii 1993: 45]:
Et le fleuve [nécessit]ait? des embarcations: alors ...
Stupisce come non sia data alcuna spiegazione a sostegno di tale traduzione, nemmeno un rimando bibliografico. Di fatto il testo è praticamente rimasto invariato rispetto alla collazione di Cameron fatta negli anni 1948 e 1957 e così pure direi la sua interpretazione. Rimando direttamente a Cameron 1960: 64 che allego in scansione.
Guardando il glossario in Hallock 1969 emerge però un dubbio rispetto all’argomentazione di Cameron: gli altri due casi di prestiti di forme del verbo ‘essere’ antico-persiano in elamico sono forme cristallizzate composte con un aggettivo, mentre nel passo in esame abbiamo un logogramma (‘l’acqua’).
Purtroppo in questi casi il dizionario Hinz & Koch 1987 è di poco aiuto: evidentemente Hinz integra in maniera diversa (come lascia sospettare l’accenno in Cameron 1960: 64), ma non dando alcun rimando rispetto alla lettura tradizionale è pressoché impossibile trovare la sua proposta di lettura nelle oltre 1300 pagine di dizionario (purtroppo è proprio il primo segno ad essere integrato). Concludiamo confrontando la versione accadica:
| ÍD IDIGNA | ma-li | ár-ki | ... | [DB Akk §18; Malbran-Labat 1994: 96]. |
| le Tigre | était en crue; | alors | ... | [Malbran-Labat 1994: 111]. |
| The Tigris river | was in flood | ... | [Von Voigtlander 1978: 56]. |
Qui l’elemento semanticamente connotato è il verbo malû (III) con significato di “fill up with (water)” [Black et alii 2000: 194]. La traduzione ‘trilingue’ in Lecoq 1997: 193-194 riporta:
(OP) et les eaux étaient navigables ; alors ...
(El) le fleuve était pour les bateaux; alors ...
(Akk) le lit tout entier du Tigre était plein; alors ...
Così su due piedi non saprei proprio dire su quali elementi si basi la traduzione della versione accadica, che comprende chiaramente anche la precedente frase delle altre due versioni (ÍD ku-ul-lu-’ che però mi sembra con pochi dubbi “tenevano il fiume”; comunque non appare nella traduzione di Lecoq la ripetizione di ÍD ‘fiume’).
Se l’argomento interessa, sicuramente Grazia Giovinazzo ne sa di più. Riguardo ad Hinz, dovrei controllare eventuali note nei suoi articoli relativi a DB.
nāviyā- ‘navigability’, i.e. ‘impossibility of fording the river on foot’. Hardly collective, ‘collection of ships, flotilla’, and certainly not lsf. to nāv-, ‘on shipboard’. nāviyā nsf. DB I 86 (§18) [Kent 1953: 193].
Cara Guendalina,
mi permetto di darti del tu e ti invito a fare altrettanto. Ti incollo di seguito alcune note in fretta. Fammi sapere se ti servono altre informazioni.
Gian Pietro
Napoli, 15/gen/2004 12:54
# agurru #
Allora io ho trovato innanzitutto
a-gur-ru DSf 36 = Backstein - ap. [ ], el. ]a-kur[.
in (p. 14):
Rössler, Otto (1938) Untersuchungen über die akkadische Fassung der Achämenideninschriften. Inaugural-Dissertation zur Erlangung der Doktorwürde genehmigl von der Philosophischen Fakultät der Friedrich-Wilhelms-Universität zu Berlin, Berlin; Tag der Promotion: 26. Oktober 1938 Tag der mündlichen Prüfrung: 24. Juni 1937.
Pur datata, trattasi dell'unica grammatica dedicata al babilonese delle iscr. achemenidi, con tanto di glossario (il recente libro della Malbran-Labat* si occupa solo di Bisotun e si limita a prendere atto della grammatica senza troppi commenti).
* Malbran-Labat, Florence (1994) La version akkadienne de l'inscription trilingue de Darius à Behistun (Documenta Asiana 1), Roma.
L'edizione del testo elamico dell'iscrizione è:
Vallat, François (1972) ‘Deux inscriptions élamites de Darius 1er (DSf et DSz)’, Studia Iranica 1, pp. 3-13 and plates 1-3.
che traslittera così il termine elamico per agurru (p. 10):
ak-ka4-pe3 h.ha-ku-r]u-i[sh hu-ut-tash-]ta2 (DSf EL 46)
dove h. corrisponde al cuneo orizzontale, segno ASH, utilizzato come determinativo davanti ai nomi di luogo e in generale come indicazione locativa) e traduce tutta la frase (righe 45-46, p. 11):
"[qui firent les briques cuit]es"
Il dizionario inedito di Vallat (1977) riporta come traduzione "brique cuite". Il glossario in Hallock, PFT (1969) riporta:
hakurush(?) ([h.ha-ku-r]u-i[sh] DSf 46, doubtful restoration) "baked brick(s)," = Akk. agurru.
Sul dizionario di Hinz & Koch (1987) non riesco proprio a trovare il lemma, quindi una cosa è sicura: Hinz integra in maniera diversa e bisognerà sfogliarsi mezzo dizionario per individuare la sua lettura o traslitterazione estrosa.
L'Akkadisches Handwoerterbuch di Von Soden (1965) conferma che in babilonese agurru è il mattone cotto.
Concludendo, si tratta di un hapax preso a prestito dal babilonese. Se servono altre informazioni sui mattoni (per lo più crudi, però) in Elam, sono a disposizione!
Carissimo Gian Pietro,
mi permetto di disturbarti ancora perchè ho proseguito le mie ricerche e, da quanto mi risulta (anche se non sono certo la fonte più attendibile), a Susa il mattone crudo è prevalente.
Il mio dubbio si rinnova: perchè, se il mattone crudo è prevalente, citare solo quello cotto, per di più prendendo in prestito un termine da un'altra lingua? Esiste un termine per indicare il mattone crudo?
Inoltre ho riguardato le traduzioni dell'iscrizione di Susa che avevano destato il mio dubbio: Leqoc traduce con "brique", senza ulteriori spiegazioni; Frye parla di mattoni cotti, Ghirshman di mattoni crudi (ma la Délégation Française ci ha scavato a Susa, forse la traduzione è viziata dall'esperienza diretta...) e Sabatino Moscati (mi rendo conto, però, che non era il suo specifico campo) parla di mattoni cotti.
Mi rendo conto che le mie fonti non siano granchè, ma io non sono una filologa e testi più specifici richiedono conoscenze linguistiche che non possiedo.
Napoli, 29/gen/2004 12:39
# Re: agurru #
Cara Guendalina,
agurru è sicuramente il mattone cotto (come risulta dal Chicago Assyrian Dictionary o da AHw) in opposizione a libittu. E' vero che può assumere anche il significato traslato generico di 'lastra, piastrella', intesa però come pavimentazione per esterni o protezione per muri sempre esterni. Inoltre vale anche per 'mattone smaltato' ('glazed brick') il ché è ovvio in quanto il vetro andava cotto. Il mattone cotto richiede più lavorazione ed è più resistente, quindi veniva usato in contesti di archittettura pubblica o, soprattutto, legata al potere, nonché per restaurare edifici in mattoni crudi.
Quindi non mi stupisce che Dario (o chi per lui) abbia voluto usare specificamente agurru per sottolineare che erano mattoni cotti, non crudi, come a dire 'di alta qualità'. Che poi Dario abbia detto una bugia, che abbiano usato solo due mattoni cotti e tutti gli altri crudi, vedi tu.
Potrebbe invece stupirci un po' il fatto che usi agurru quando tutta la tradizione in accadico da Susa ignora questo termine per usare una forma locale (ma sempre scritta in accadico, cioè nei testi accadici ritrovati a Susa che sono tanti) erimtu/erientum [Scheil in MDP 2, 1900: 120; Malbran-Labat 1995: 223, nota 187]. Vedi tu se dobbiamo stupirci o meno.
Nelle iscrioni reali in medio-elamico (non in elamico achemenide dove abbiamo solo quel prestito mutilo dall'accadico agurru) abbiamo halat per l'accadico libittu (mattone crudo) e upat o erientum per l'accadico agurru (o megli a Susa erimtu come abbiamo visto; mattone cotto). E' l'elamico che copia erientum dall'accadico o viceversa? Non mi ricordo (dovrei guardare su CAD, AHw, Hinz/Koch 1987) ma credo che la forma sia etimologicamente accadica (quindi è l'elamico che copia, ma mi pare che non tutti siano d'accordo in quanto sarebbe più logico considerarla un prestito elamico nell'accadico di Susa) anche se attestata solo nei testi accadici di Susa. Per tutto il periodo pre-achemenide vedi assolutamente Malbran-Labat 1995: 152-154 e anche seguenti per forme e dimensioni. I termini elamici hanno diverse varianti e bisognerebbe guardarsele tutte sul dizionario Hinz/Koch 1987 che riporta anche il significato/traduzione a seconda di vari studiosi man mano che procedevano gli studi elamici.
In epoca achemenide è attestato in un solo caso (se non mi sbaglio) ha-la-at con significato però di 'tavolette d'argilla' nel famoso e contestato §70 di Bisotun (per cui ti rimanderei a Rossi 2000e alla sua bibliografia). Comunque è chiaro cha halat significa 'argilla' e per traslato 'mattone d'argilla crudo' (come risulta dall'opposizione a erientum) o 'tavoletta d'argilla'. Mi pare che nelle Persepolis Fortification Tablets non si parli mai di mattoni, ma dovrei controllare (Hallock 1969).
Per il periodo achemenide, io partirei da Harper et al. 1992: 223 che ha un po' di bibliografia, ma immagino che tu avrai di meglio.
Comunque forse può aiutarti la voce 'brique' compilata da padre M.-J. Steve nel Dictionnaire archéologique des techniques, Paris: Editions de l'Accueil, 1963-1964, voll. I-II. Purtroppo nella biblioteca qui è stato perso, ma dovrebbe avere (essendo Steve un filologo) una disamina sull'uso linguistico del termine mattone.
Infine ti segnalo se già non lo conosci Sauvage 1998, anche se non si occupa di Elam o Susa.
Intanto questo, in attesa di tue eventuali domande su punti non chiari o da approfondire. Scusa l'italiano approssimativo dettato dalla fretta.
In cambio mi farai avere una copia della tua bibliografia archeologica sui mattoni di Susa!
Ciao,
Gian Pietro
Carissimo Gian Pietro,
l'arcano è risolto... il buon Dario con il termine agurru intendeva indicare le numerose mattonelle smaltate che ornavano i suoi palazzi, ergo è doveroso assolverlo dall'accusa di non aver detto la verità...
Grazie ancora,
Guendalina
Napoli, 15/mar/2004 16:10
# un libro #
Cara Guendalina,
una cosa che mi era venuta in mente e che poi mi sono dimenticato. Un libro che forse ti può essere utile (e che probabilmente conoscerai già) è:
Potts, Daniel T. (1999) The Archaeology of Elam. Formation and Transformation of an Ancient Iranian State, New York.
Ha un'ottima bibliografia. Ho un qualche vago ricordo che possa esserci lì in biblioteca a Ravenna, altrimenti posso procurartelo io.
Ciao e buon lavoro,
Gian Pietro
Napoli, 5/apr/2004 23:45
# ancora agurru #
Cara Guendalina,
stamane sono capitato per caso in un sintetico riferimento al tuo agurru a pag. 52 di
Friedrich Wilhelm König, Der Burgbau zu Susa nach dem Bauberichte des Königs Dareios I., Leipzig 1930.
Leggi il tedesco?? Ad ogni modo puoi citarlo comunque in nota con un "vedi anche", giusto per far vedere che sapevi che ne parla anche König. Ricordati di non cambiare le maiuscole nel titolo e il punto dopo "I".
Ciao e buona Pasqua,
Gian Pietro
Allegati: pagina 49, pagine 50-51, pagina 52.
Caro Gian Pietro,
ti disturbo ancora per chiederti alcune cose inerenti al nostro agurru...
Ti ringrazio moltissimo e spero di riuscire a farti avere una copia della mia bibliografia dei mattoni di Susa!
Guendalina
Napoli, 28/giu/2004 17:37
# Re[2]: ancora agurru #
Cara Guendalina,
mi fa piacere sentirti perché ero curioso di sapere a che punto eri con il tuo lavoro. Quando mi hai scritto ero a Ravenna. Solo oggi ho potuto consultare il CAD.
Agurru è a pp. 160-163 del CAD, volume A, parte I, pubblicato nel 1964. Il significato 1 "kiln-fired brick" è a p. 160-163, il 2 "paving stone, tile, slab" a p. 163.
Per quel che riguarda erimtum/erientum, si tratta di due diverse grafie della stessa parola, riportata sempre al nominativo singolare. La seguente affermazione dovrebbe essere provata controllando tutti i testi: quei pochi che ho guardato però confermano che la prima forma è usata nei testi accadici (attenzione: testi in accadico, ma ritrovati a Susa!), la seconda in quelli elamici.
La forma erimtum (cioè senza -en-) è attestata in elamico solo in un paio di casi, precisamente come e-ri-im-ti (Hinz/Koch 1987: 400, sub voce): qui la -i finale è chiaramente la forma genitiva accadica presa e copiata pari pari (un calco in pratica) in un testo elamico (che di per sè non conosce una forma simile per esprimere il genitivo). Si tratta però di un'eccezione assolutamente minoritaria.
In elamico è attestata anche una forma aggettivale erientumya con significato "(fatto) di mattoni cotti".
Ho trovato altra bibliografia: P. Jensen in Zeitschrift der Deutschen Morgenländischen Gesellschaft 55 (1901), p. 234; Vincent Scheil in Revue d'Assyriologie et d'Archéologie Orientale 29 (1932), p. 70-71; Pietro Meriggi, ‘L'Elamico’, in Atti del Convegno sul tema: La Persia e il Mondo Greco-Romano (Roma 11-14 aprile 1965), pp. 559-567, Roma 1966.
Ciao e stammi bene,
Gian Pietro
Cara Guendalina,
volevo dirti che secondo la professoressa di elamico Grazia Giovinazzo (che ti dà esplicitamente il permesso di citarla) nelle forme elamiche e-ri-en-tum4 e simili, il segno EN probabilmente deve essere letto come in. I sillabari elamici non danno questa possibilità, ma nel sillabario accadico effettivamente il segno EN può essere letto anche in4, quindi potrebbe essere così anche in elamico (il cui sillbario deriva pur sempre, anche se semplificando, da quello accadico) e, se lo dice Grazia, io mi fido!
[Sai che nella scrittura cuneiforme ogni segno può avere più letture (cioè poteva essere pronunciato in modi differenti) a seconda del contesto. Quindi il segno EN poteva venir letto en ma anche (più raramente) in. Noi moderni, per distinguere la lettura in sottesa da un segno EN da altre letture in (prima di tutto quella del segno IN), abbiamo aggiunto l'indice numerico (che andrebbe posto in pedice), in questo caso il 4 (da cui sappiamo che ci sono ALMENO altri tre segni diversi che potevano essere letti sempre in). Gli indici numerici e le letture sono codificate nei moderni sillabari come quelli di Labat o Borger.]
Tenendo conto dell'oscillazione fra le nasali m e n (comune in accadico, e che in ultima analisi può derivare dalla nostra ignoranza delle corrette letture dei segni in questione), in pratica sia le forme scritte erimtum (accadico attestato a Susa) che quelle erientum (elamico) erano probabilmente pronunciate in maniera identica, sicuramente senza l'inusuale dittongo ie, quindi -dice Grazia- erintum. Se così fosse, in elamico sarebbe meglio traslitterare e-ri-in4-tum4 o, finché questa lettura non viene codificata nei moderni sillabari elamici (l'unico esistente è Steve 1992), e-ri-ine-tum4. [Con la scrittura "in/e" intendo, se stessi scrivendo in Word, in con una e in pedice che indica una lettura ancora non standard propria dell'elamico (e per "elamico").]
Immagino che in questo momento ne avrai fino alla nausea di queste cose. Te l'ho scritto perché io poi avevo chiesto il parere della mia prof. e, dovesse venir fuori l'argomento, potrai arricchire la discussione con questa piccola "scoperta".
IN BOCCA AL LUPO,
Gian Pietro
Egr. G.P. Basello
Sono insegnante in questa scuola interessato alla storia dei calendari con le sue connessioni religiose.
Vorrei chiederLe se, gentilmente, mi vorrà dare un'informazione sommaria relativamente all'epoca in cui si incomonciò a festeggiare Natale il 25 dicembre in maniera abbastanza diffusa e chi operò attivamente per quello scopo.
Se vorrà con qualche indirizzo Web o indicandomi qualche articolo (facilmente reperibile) da poter consultare.
RingraziandoLa per l'attenzione Le invio cordiali saluti
Mauro P.
Caro sig. Mauro,
nella depositio martyrum (un elenco di sepolture di martiri) presente nel calendario della città di Roma del 354 d.C. redatto da Filocalus, viene citata l'VIII calende di gennaio (cioè il 25 dicembre) come giorno della nascita di Gesù. Secondo L. Duchesne, per vari motivi, si può ritenere ragionevolmente che la depositio martyrum risalga però già al 335-336 d.C. Secondo H. Usener invece la data di introduzione è esattamente il 354, individuando in papa Liberio il suo fautore. Comunque sia, è la più antica testimonianza che abbiamo sul 25 dicembre come data di nascita di Gesù. Successivamente abbiamo un'omelia tenuta il 25 dicembre 386 da san Giovanni Crisostomo (nato ad Antiochia verso il 345) in cui viene spiegata perché questa data è quella giusta tramite un'esegesi delle sacra scrittura [1: 257, §406]. Precedentemente la nascita di Gesù era festeggiata il 6 gennaio, e il passaggio al 25 dicembre permise di scorporare la nascita lasciando al 6 l'epifania.
Nonostante le giustificazioni a posteriori del Crisostomo e di altri, la scelta del 25 dicembre si può spiegare con la coincidenza con il solstizio di inverno [1: 258, §407]. Lo stesso Crisostomo fa riferimento al Cristo come "sole di giustizia" (Malachia 4,2): il giorno in cui il sole riprendeva a risalire l'eclittica e i giorni ad allungarsi, fu ritenuto come il più adatto a celebrare la sua nascita. Inoltre la data corrispondeva con la festa pagana del "sole invitto" cioè non vinto, vittorioso, che veniva così rimpiazzata da quella cristiana.
In realtà oggi possiamo calcolare con precisione la data del solstizio fissandola al 20 dicembre del calendario giuliano nel 350 d.C. Tuttavia sappiamo da un autore contemporaneo, Epifanius (315-403) che il 25 dicembre era comunemente riconosciuto come data del solstizio di inverno. Probabilmente si era perpetuata nella tradizione la data corretta per qualche secolo prima, senza contare che attorno al solstizio il sole rallenta il suo cammino e quindi non è facile determinare con precisione il giorno preciso.
Ci sarebbero tante altre cose da rilevare ma mi fermo qua. Vorrei sottolineare però che nei primi secoli dopo Cristo era molto sentito il problema di fissare la data della nascita del messia. Vennero stilati perfino "oroscopi" del suo giorno natale. Ad esempio, per alcuni doveva essere sempre di mercoledì perché di mercoledì fu creato il sole secondo Genesi 1.
Mi scusi per la fretta, l'approssimazione e il ritardo nel risponderle. Purtroppo in questi giorni non ho liberamente accesso ad internet quindi non ho potuto cercare qualche pagina dedicata all'argomento, ma ce ne saranno sicuramente. Provi a fare una ricerca in google con "natale duchesne", dovrebbe dare dei risultati abbastanza mirati direttamente in italiano.
Come vede non sono molto aggiornato bibliograficamente, ma questo è quello che ho a portata di mano. Non dovrebbe aver problemi a recuperare la voce della Treccani. L'articolo più esauriente è il [2], se non ha problemi con l'inglese potrei inviarglielo via fax (sono 8 facciate).
Spero di esserle stato di aiuto, cari saluti e buon anno scolastico,
Gian Pietro
Salve, mi chiamo Davide C., sono uno studente del liceo classico, nonchè appassionato di lettura e lingue, ho diciassette anni e vorrei intraprendere lo studio dell'ebraico moderno e biblico in maniera precisa e sistematica.
Volevo pertanto sapere se sono disponibili sul mercato, che lei sappia, dei corsi di ebraico moderno e biblico con cassetta, e magari se necessario anche con base inglese. Da parte mia ho cercato parecchio, il meglio che sono riuscito a scovare è una grammatica di un certo Donat Mittlar (se non erro), ma questa non possiede una sezione audio che possa permettere una buona conoscenza della fonetica , pertanto non l' ho acquistata. Vede, ho dei grossi problemi nel comprendere quali siano effettivamente i suoni di lettere come "alef" od " 'ayin" o dello "sheva mobile" (che non si pronuncia ma ha comunque il suono di una leggera "e"), in quanto la grammatica sembra essere piuttosto imprecisa ed evasiva. Se fosse in grado di darmi i titoli di eventuali grammatiche con cassetta, le sarei davvero riconoscente! Grazie!
Caro Davide,
mi permetto di darti del tu e ti invito a fare altrettanto. Innanzitutto grazie della gentile lettera.
Ti confesso che sono assolutamente impreparato per quel che riguarda l'ebraico moderno. Si tratta di una lingua "artificiale" (in realtà nel momento stesso in cui iniziò ad essere parlata, si avviò un processo di evoluzione "naturale" -cioè determinata dall'insieme dei parlanti- che la sottrasse in parte al controllo di qualsivoglia pianificazione a tavolino), non in senso spregiativo, ma nel senso che fu fortemente voluta dagli intellettuali (generalmente si ricorda la figura di Eliezer Ben-Yehuda e come data il 1879) per dotare di una propria lingua "nazionale" gli ebrei che accoglievano la sfida di tornare in Palestina. Non era solo una questione ideologica o politica, ma anche pratica visto che, provenendo da svariati paesi, c'era bisogno di una lingua comune. Come base si prese l'ebraico biblico, ma anche l'influsso dell'ebraico rabbinico (diciamo grosso modo II-VIII sec. d.C.) si fece sentire. La fonetica e la morfologia furono semplificate, come pure si dovettero creare un'infinità di nuove parole, che risentono soprattutto dell'influsso dell'inglese più che di altre lingue semitiche come l'arabo, per motivi che puoi facilmente immaginare. Tutto questo per dire che fra ebraico moderno ed ebraico biblico c'è una bella differenza, e un parlante di ebraico moderno non capisce l'ebraico biblico più di quanto un italiano medio capisce il latino.
Su questi argomenti e per una panoramica sulle lingue semitiche (ovvero della stessa famiglia linguistica dell'ebraico come l'arabo) ti consiglio
Giovanni Garbini & Olivier Durand, Introduzione alle lingue semitiche, Brescia: Paideia, 1994.
che è un testo rigoroso ma non troppo impegnativo.
Per quel che riguarda l'ebraico biblico, in italiano la grammatica più diffusa è
Giovanni Deiana & Ambrogio Spreafico, Guida allo studio dell'ebraico biblico, Roma: ed. Società Biblica Britannica e Forestiera, 1990.
Ti consiglierei l'edizione con la chiave degli esercizi e la cassetta con le letture, anche se la pronuncia non è perfetta e non distingue bene i suoni delle cosidette "gutturali" e quindi imparerai subito che la pronuncia di una lingua morta è qualcosa di estremamente relativo (il ché non toglie che sia importantissimo abituarsi a leggere e parlare anche le lingue morte!). Personalmente non mi piace tantissimo: è un po' troppo schematica e uno non deve porsi troppe domande quando incontra forme non spiegate nel testo. Ci sono anche alcuni brani biblici (genesi 1, qualche salmo, il libro di Rut, etc.) e un glossarietto.
In italiano c'è anche (oltre ad altre grammatiche non più stampate)
Hans Peter Stahli (v. I), Bruno Chiesa (v. II), Corso di ebraico biblico, Brescia: Paideia, 1986.
Li dovresti trovare facilmente in una qualche libreria cattolica, ad es. Paoline, Dehoniane etc. che di solito si trovano nelle grandi città.
Se te la cavi con l'inglese ti consiglio
Simon Resnikoff & Motzkin, The First Hebrew Primer, $34.95, EKS Publishing Co. [eks@wenet.net, www.ekspublishing.com] + cassetta
In inglese un'altra ottima grammatica è il Lambdin, sempre a lezioni progressive ma se arrivi alla fine avrai una preparazione di altissimo livello.
Per quel che riguarda le grammatiche di riferimento (Jouon, Muraoka), le edizioni della Bibbia ebraica (http://digilander.iol.it/elam/corrispondenza_utf.htm#leningrado) e i dizionari... tornami a scrivere!
L'ebraico biblico non è una lingua difficile. Forse non arriverai a capire perché quella forma verbale ha una certa vocale e non un'altra (cosa che peraltro non sanno neppure i professoroni), comunque riuscirai presto a comprendere una buona parte dei testi biblici (ad es. i salmi che sono poetici sono in genere più difficili). L'unico scoglio è quello di imparare a leggere la scrittura ebraica. Per superarlo devi solo esercitarti... un quarto d'ora al giorno per una settimana ed è fatta. Impara a leggere bene, il più speditamente possibile e magari a voce alta fin dall'inizio. Il ricordo mnemonico del suono delle parole (anche per via del discorso del triconsonantismo) ti aiuterà tantissimo, tanto più che non sono tantissimi i vocaboli usualmente impiegati (circa 300).
Spero di esserti stato di aiuto; se non sono stato chiaro fammi sapere. Cari saluti,
Gian Pietro Basello
Ciao Gian Pietro,
sono capitato sul tuo sito per caso, cercando su Google qualcosa per calcolare date del calendario ebraico in VB, e poi mi sono messo a leggere il resto ed è stata una bella sorpresa.
Scusa però la pignoleria se mi permetto di correggerti su una cosa, di cui tu comunque dici che non rientra nel tuo campo: l'ebraico moderno non risente assolutamente di influenze lessicali dall'inglese (o meglio: non più dell'italiano), come hai scritto nella risposta al ragazzo che voleva studiare ebraico. Le influenze indoeuropee ci sono sì, e sono massicce, ma provengono dal russo e dallo yiddish/tedesco; e non potrebbe essere altrimenti, vista la storia delle immigrazioni in Israele negli ultimi 100 anni. Del resto basta sentire שרון שמדבר בטלוויזיה על "קואליציה של הטרור" ... oppure vedere i nomi dei 12 mesi gregoriani (sono tutti in tedesco!). A proposito: al ragazzo, se vuole studiare da solo, consiglia il corso L'hébreu sans peine della Assimil (su base francese) che può comprare da www.assimil-italia.it (ammesso che non abbia rinunciato dopo aver avuto come primo impatto il Garbini-Durand...)
Ciao,
Raffaele
Napoli, 11/mag/2003 19:05
# Re: euroiranica #
Chiedo scusa se mi sono dilungato. Ad ogni modo direi che le cose essenziali sono nei paragrafi "PRIMA SOLUZIONE" e "STRUMENTI PER L'INSERIMENTO DEI CARATTERI". Il resto l'ho messo per dare una panoramica completa, ma rimango a disposizione per qualsiasi problema o chiarimento e per venire personalmente all'IsIAO a fine giugno, se non è troppo tardi, in modo che non dobbiate perdere tempo voi con gli aspetti tecnici.
Cordiali saluti a lei e al presidente,
Gian Pietro Basello
Come accennavo per telefono, ci sono due possibili soluzioni.
La prima è di installare un font che abbia tutti i caratteri diacritici che possono servirvi. In ambito iranistico è comunemente usato il font "Euroiranica". In alternativa c'è anche il font "Iranweb" (usato dall'Encyclopaedia Iranica) che sconsiglierei non perché sia peggiore di Euroiranica ma solo perché, che io sappia, fra gli studiosi italiani si usa in genere Euroiranica.
In allegato troverà il font Euroiranica nelle sue versioni (normale, italico, grassetto, italico + grassetto).
Vediamo come precedere per installare il font Euroiranica. Prima di tutto bisogna salvare gli allegati in qualche cartella, ad esempio in "c:" o "documenti" o dove preferite.
Poi bisogna lanciare il "pannello di controllo" (da "avvio/start" | "impostazioni") e selezionare l'icona "tipi di carattere". Nella finestra che si aprirà, selezionare dal menù "file" la voce "installa nuovo tipo di carattere", quindi cercare la cartella in cui erano stati salvati precedentemente i fonts e selezionare con un doppio click uno dei font. Tale operazione andrà ripetuta per ognuno dei quattro files che compongono il font.
Per usare il font, basta aprire il Word e selezionare il font nell'apposita lista di caratteri. Ogni volta che serve un qualche carattere diacritico, bisognerà selezionare la voce "simbolo..." nel menù "inserisci", cercarlo nella tabella (sperando che ci sia!!!) e inserirlo nel testo con un doppio click.
Prof. A. Panaino scrive generalmente tutti i suoi articoli usando sempre l'Euroiranica, cambiando font solo quando deve citare testi in greco per cui è necessario un altro font. Eventualmente in una prossima e-lettera vi allego qualche font greco.
Quali sono i limiti di questa prima possibilità? 1. Se vi serve un diacritico particolare non presente in Euroiranica dovrete cercare un qualche altro font che lo contiene; 2. un documento con diacritici scritti usando Euroiranica può essere stampato e visualizzato correttamente solo da computer che hanno installato il font Euroiranica (anche avendo un altro font con quei diacritici, lo stesso diacritico sarà molto probabilmente disposto in una posizione diversa della tabella caratteri, per cui non c'è corrispondenza fra i due fonts).
Per ovviare a questi inconvenienti, è stato sviluppato lo standard internazionale UNICODE, che rappresenta la seconda soluzione.
Al contrario delle vecchie tabelle di codifica limitate a 256 caratteri (per cui, ad esempio, o si scriveva in cirillico o in caratteri latini e c'era bisogno di un font per il cirillico e uno per scrivere in greco), UNICODE prevede 65536 caratteri (256 x 256) suddivisi in sottoinsiemi (subset) corrispondenti alle singole scritture (fra cui alfabeto fonetico, segni diacritici per tutti i gusti, arabo, greco, ebraico, siriaco, armeno, hindi, cinese etc.). In questo modo bisogna sempre avere a disposizione un font che contiene il sottoinsieme utilizzato (il comune Times New Roman per Windows contiene già diversi sottoinsiemi; esistono anche font quasi completi come l'Arial Unicode MS nel pacchetto Office), però non c'è più rischio di "scambiare" i caratteri e non bisogna per forza possedere un determinato font (prima uno poteva avere anche tre font per il greco, ma non era detto che si potesse passare dall'uno all'altro senza dover ribattere il testo). MS Word (dalla versione 97 in su) supporta pienamente UNICODE e le scritture da destra a sinistra.
Per prendere confidenza con UNICODE, basta lanciare l'applicazione Microsoft Word, selezionare il carattere "Times New Roman" e selezionare la voce "Simbolo..." nel solito menù "Inserisci". In alto a destra c'è una casella contenente l'elenco dei sottoinsiemi UNICODE contenuti nel font. Selezionandone qualcuno possiamo renderci conto dei caratteri che contiene. Vediamo ad esempio che ci sono i sottoinsiemi per scrivere in cirillico o ebraico. Per un iranista, i sottoinsiemi più utili saranno "Latino esteso A" e "B" e "Latino esteso aggiuntivo" (si notino ad es. le vocali lunghe all'inizio del "Latino esteso A").
Probabilmente però "Times New Roman" non è grado di soddisfare tutte le vostre esigenze. Bisogna quindi ricorrere ad un font UNICODE più ricco. Può darsi, essendo parte del pacchetto Microsoft Office, che abbiate già installato il font "Arial Unicode MS" e in tal caso lo potrete selezionare dalla lista dei caratteri. L'unico inconveniente che è un font tipo Helvetica/Arial, mentre generalmente si preferisce scrivere con un font tipo Times. Consiglierei quindi l'uso del font "TITUS Cyberbit Basic" sviluppato dal Thesaurus Indogermanischer Text- und Sprachmaterialien (TITUS). E' bene ricordare però che, essendo ambedue in standard UNICODE, una volta battuto un testo con "Arial Unicode MS" si può passare tranquillamente al "TITUS Cyberbit Basic" e viceversa senza paura che "saltino" dei caratteri.
Il font "TITUS Cyberbit Basic" può essere scaricato gratuitamente (viene richiesta solo una semplice registrazione con nome e indirizzo di posta elettronica) al seguente indirizzo:
http://titus.uni-frankfurt.de/unicode/unitest2.htmselezionando "Unicode Tools" quindi "TITUS Cyberbit UNICODE font download".
La procedura di installazione è simile a quella dell'Euroiranica. Quando si apre la finestra di "installa nuovo tipo di carattere" bisognerà ovviamente ricercarlo nella cartella in cui l'avrete salvato all'inizio del processo di scaricamento.
Come vedrete, questo font è estremamente completo e contiene una stupefacente quantità di diacritici, molti dei quali non ho neppure idea per quali lingue possano servire!!!
Quali sono i limiti di questa seconda possibilità? Limiti nessuno, c'è solo un'inconveniente pratico: che essendo una tecnologia in via di diffusione, nessuno ha ancora sviluppato le versioni italiche e grassetto dei suddetti font UNICODE. Questo è ovviamente un grosso inconveniente in ambito editoriale. Ciononostante, tutto il volume III della serie Melammu Symposia è stato impaginato utilizzando un unico font UNICODE, il "TITUS Cyberbit Basic", di cui ho preparato io stesso una versione italica, ma solo limitatamente ai caratteri diacritici di cui avevo effettivamente bisogno (per far prima!).
Un'ultima postilla: da quel che sento, anche in ambito accademico internazionale, l'uso di UNICODE si sta affermando sempre più. Purtroppo però nessuno ha pensato di creare un gruppo di lavoro che prepari una serie di fonts UNICODE completi compatibili con gli standard editoriali. Per "serie" intendo almeno un font tipo Times e uno tipo Helvetica/Arial; per "completo" intendo sia nella versione normale che italica e grassetto; per "compatibile con gli standard editoriali" intendo ben disegnati e ad alta risoluzione.* Creare un font di per sè non è infatti un'operazione particolarmente difficile; ciononostante ad un'occhio tipograficamente attento non sfuggirebbe che la mia versione italica del "TITUS Cyberbit Basic" è fatta "in casa" (in base a minime sfasature nell'allineamento e la spaziatura del segno diacritico rispetto al carattere etc.). D'altronde da un punto di vista informatico, credo che nel nostro campo di studi sia fondamentale procedere quanto prima ad una standardizzazione in questi tre campi: uso dei fonts, convenzioni di traslitterazione di testi antichi, modalità delle citazioni bibliografiche. Se un gruppo di lavoro internazionale risolvesse questi nodi mettendo a punto degli strumenti comuni (UNICODE, layout comuni di tastiere virtuali -vedi sotto-, standard per scambio dati bibliografici come per le grandi banche dati bibliografiche in campo medico, etc.) potremmo lavorare tutti con più facilità senza preoccuparci di font e quant'altro!
* Nota postuma: si veda il progetto per lo sviluppo del font Gentium del Sumner Institute of Linguistics (SIL).
Quale che sia la soluzione che adotterete (e premesso che in questo momento probabilmente la prima è la più logica), sono disponibili dei programmi che intercettano (hook) certe prestabilite sequenze di tasti premuti sulla tastiera associandovi caratteri non accessibili direttamente da tastiera. In questo modo non bisogna ricorrere in continuazione ad "Inserisci" | "Simbolo" di Word. Tramite questi programmi (che si sovrappongono a qualsiasi applicazione di word processing) è possibile, ad esempio, scrivere rapidamente in greco con tanto di spiriti e accenti, e passare poi all'ebraico e quindi di nuovo ai caratteri latini, grazie ad appositi layout (disposizioni dei tasti) virtuali di tastiera.
Tanto per intenderci, digitando una "a" seguita da "=" compare subito una "a" lunga e così per le altre vocali; l'asterisco invece aggiunge il punto sotto una consonante; il segno "|" aggiunge la dieresi e così via.
Il risultato finale sarà identico rispetto all'uso di "Inserisci" | "Simbolo...". Questi programmi servono dunque solo per facilitare l'inserimento dei caratteri, ovvero nella fase di input, senza modificare minimamente la fase di visualizzazione.
Troverete un elenco di questi programmi all'indirizzo
www.elamit.net/elam/links.htm#languages
Comunque i più diffusi sono:
Ovviamente questi programmi sono configurati per scrivere in UNICODE o con i più diffusi font greci o ebraci non UNICODE. Per utilizzarli con Euroiranica bisogna fornirgli precedentemente le corrette assegnazioni. Comunque a questo potrei pensarci io, ed eventualmente vi darò istruzioni più dettagliate. Ad ogni modo, una volta eseguita l'installazione e scelta la tastiera virtuale, scrivere con i diacritici diventa un'operazione estremamente semplice.
Già che ci sono, se può interessarvi, nella seguente pagina internet troverete una panoramica delle principali iniziative per la codifica digitale di testi antichi:
www.elamit.net/elam/encoding.htm
Innanzitutto ci sono due pagine di collegamenti commentati molto utili:
Di seguito ti replico alcuni dei collegamenti che troverai anche nelle succitate pagine. Da un punto di vista di implementazione tecnica, la maggior parte di questi progetti si basa sul relativamente recente standard XML (eXtensible Markup Language; vedi il World Wide Web Consortium per le specifiche). Fino a qualche tempo fa si creavano invece delle grandi basi di dati (database) nel formato specifico dei principali software in commercio (ad es. Oracle, FileMaker, MS Access). XML invece è uno standard non proprietario, che chiunque con un po' di conoscenze informatiche può adattare ai propri scopi, creando schemi (DTD) su misura per immagazzinare i dati che vuole registrare. XML inoltre separa nettamente i dati dalle loro possibili rappresentazioni. Per "rappresentazioni" intendo per esempio la visualizzazione di un certo gruppo di dati, i risultati di una ricerca, un grafico, etc. La possibilità di sviluppare indipendentemente il modello con cui si registrano i dati e le modalità con cui sceglierli, visualizzarli o stamparli è uno dei punti di forza di XML. Tuttavia comporta anche un notevole svantaggio: che molti progetti sviluppano dettagliatissimi schemi senza però fornire strumenti che aiutino l'inserimento dati o che mostrino efficacemente i dati inseriti (anche in questo caso però uno potrebbe svilupparseli a parte su misura).
I seguenti progetti sono specifici per le scritture cuneiformi. Ci sono due tipi di approcci che in realtà sono complementari: la replica virtuale della superficie tridimensionale di un'iscrizione e la codifica (intesa come traslitterazione) del testo.
Ci sono anche alcuni articoli indipendenti da specifici progetti:
Ciao Gian Pietro.
Ho ricevuto dalla Mailing list di atei che frequento questa mail sulla (presunta) falsificazione del Vaticano dei manoscritti di Qumran. Ne sai niente? Ti riporto la mail.
Ciao M.
Ciao ...
La storia dei manoscritti di Quumran è più o meno questa: nel 1947 un pastorello nomade palestinese cercando una pecora smarrita (è tutto vero) trovò una grotta con delle giare contenenti preziosi manoscritti... Rivendette il tutto a un trafficante di opere d'arte...Il manoscritto capitò per caso nelle mani di un traduttore e di alcuni suoi amici domenicani... Con loro grande gioia nel manoscritto trovarono parti del Vangelo di Marco (e probabilmente pensarono:"Gli ateacci ora avranno un bel dire che Gesù non è mai esistito!! Questo è il documento più antico che parli di nostro signore)... Le gioie per loro finirono lì... Cominciarono i dolori... I manoscritti più comprensibili parlavano di una setta enochea organizzata da un Maestro di Giustizia e da una specie di tavola rotonda di 12 persone... Con precise regole religiose (una pseudoeucaristia, una specie di battesimo) e alcune regole di guerra.... Questa comunità era fortemente avversa al dominio romano e in collegamento con un'altra setta detta degli Zeloti (veri e propri sicari integralisti)... I manoscritti parlano anke di un maestro empio (che qualcuno raffigura come Saulo di Tarso) che avversò il maestro di giustizia e probabilmente ne uccise il fratello di sangue che qualcuno raffigura come Giacomo il Giusto (saprete benissimo che non ci sono prove certe dell'esistenza di Gesù il nazareno ma se facciamo riferimento ai vangeli (quello di Marco è il meno interpolato) aveva 6 o 7 fratelli (cfr Marco 6,3))....
Questi sono i risultati di studi non di parte di uno storico di nome Eizmann... Volete sapere la versione cattolica della cosa?
La mia storia non ha certo pretese di completezza se volete approfondire dovete far riferimento a testi specialistici... Per cominciare vi consiglio i Manoscritti di Quumran di Baigent e Leigh... O l'Inquisizione (una bella storia della chiesa) sempre di Baigent e Leigh.... Un consiglio che vi do è il seguente cercate di mantenervi il più possibile equidistanti (certo che quando si ha a che fare colla chiesa cattolica non è facile)...
Per riferimenti dal Web ho reperito: http://www.nostraterra.it/qumran/files/7q5.htm
Non smettete mai di farvi delle domande (non solo sulla storia della chiesa).
Un saluto Andrea
Caro M.,
ti butto giù alcune considerazioni alla buona, senza pretesa di aver ragione. Scusa se come sempre mi sono dilungato. Fammi sapere se ti è servito o sono cose che sapevi già.
Il resoconto della "mailing-list di atei" è un'ottima sintesi della questione Qumran secondo l'esclusivo punto di vista del citato libro di M. Baigent e R. Leigh [1].
Secondo [2, p. 177] le somiglianze fra Nuovo Testamento e testi di Qumran si possono individuare:
Da queste somiglianze "il sottofondo giudaico del nuovo testamento risulta più chiaro e più comprensibile, ma il suo significato non è cambiato". In pratica i testi di Qumran confermano "solo" che il cristianesimo è nato dal giudaismo in Israele!
Inoltre è bene precisare che a Qumran il nome di Gesù non è mai citato espressamente, e di testi ne sono stati trovati parecchi (circa 800)! Qualcuno però sostiene che molti testi facciano riferimento a Gesù in maniera cifrata. B.E. Thiering [3] arriva a riscrivere tutta la vita di Gesù: fu crocifisso a Qumran assieme a Simon Mago [Atti 8,9ss] e a Giuda Iscariota, ma non era morto bensì reso inconscio dal veleno di un serpente; dopo essere così "risorto" si sposò due volte, la prima con Maria Maddalena. Nel 1991 R. Eisenman annunciò che aveva trovato traccia di un messia crocifisso nel frammento 4Q285 (ovvero grotta 4 di Qumran, frammento 285). Io stesso comprai impazientemente la traduzione italiana del libro di Eisenman e Wise [4] (pubblicata da PIEMME) e traducendo il testo che egli stesso riportava in lingua originale mi accorsi subito che c'era qualcosa che non andava: non essendo vocalizzato, il verbo poteva essere una terza persona sia singolare che plurale; Eisenman ipotizzò un plurale e mise come oggetto "il principe della comunità", un titolo del messia quindi "ed essi hanno ucciso [o uccideranno] il principe della comunità". Però tutto il passo sembra essere una parafrasi a Isaia 11,1ss (il germoglio di Jesse) e risulta molto più logico intendere che "il principe della comunità ucciderà" qualcuno il cui nome è nella lacuna che purtroppo segue subito dopo, in sintonia con l'empio ucciso dal germoglio di Jesse in Isaia 11,4. Inoltre nei testi di Qumran il messia è trionfante, al contrario del messia sofferente dei vangeli (come vedi non mancano neppure radicali differenze!).
E' stato invece proprio il libro di M. Baigent e R. Leigh [1] a tirar fuori la storia del complotto del Vaticano. Ma torniamo un po' indietro nel tempo. La prima commissione internazionale designata da padre Roland de Vaux su commissione dello stato giordano era composta da 3 cattolici, 2 presbiterani (di cui uno divenne poi cattolico), 1 luterano e 1 agnostico. L'agnostico era proprio J.M. Allegro che dopo un primo periodo di serio lavoro sui manoscritti redasse "Il fungo sacro e la croce" [5] in cui sosteneva che la vita di Gesù era stata completamente inventata sotto l'azione di un fungo allucigeno. Questo libro fu rigettato dal suo stesso editore come pure da tutto il mondo accademico e scientifico e testimonia tristemente la profonda malattia psichica contro cui dovette combattere il suo autore.
Dopo una prima fase di entusiasmo e alla pubblicazione dei testi meglio conservati, il lavoro della commissione iniziò a rallentare e ad arenarsi di fronte alla miriade di frammenti da ricongiungere e interpretare. Ci fu poi il trauma della guerra dei 6 giorni (1967), in seguito alla quale i testi e il museo in cui erano conservati passarano dalla Giordania ad Israele: i testi ereditarono le vicissitudini della terra in cui erano stati trovati! La commissione internazionale venne finalmente ampliata a 40 membri ma la pubblicazione procedeva con inevitabile lentezza. Partirono vere e proprie crociate, gli studiosi si "soffiarono" a vicenda il diritto di pubblicare i testi, molti furono pubblicati senza autorizzazione, scattarono perfino processi. Insomma, ci fu una gran confusione ma non per colpa del Vaticano, bensì perché facevano gola a tutto il mondo accademico.
Ad ogni modo oggi la maggior parte dei testi è stata pubblicata (c'è anche un'edizione su CDrom) mentre sono accessibili tutti tramite foto [11], e chiunque può metterci mano e rendersene conto.
La tesi di Baigent e Leigh [1] (che sono due giornalisti autori di altri libri sensazionalistici di argomenti disparati, ad es. [15]) è stata autorevolmente smentita da più parti e non ha trovato alcun seguito nella comunità accademica e scientifica. Se poi il Vaticano è riuscito a mettere a tacere tutta la comunità scientifica, non so. Del resto se anche gli argomenti riportati fossero veri (e in parte infatti abbiamo visto lo sono) non vedo come potrebbero inficiare il vangelo e tantomeno (perdonami il tantomeno) la gerarchia ecclesiastica.
Infine alcune ulteriori annotazioni su punti specifici:
L'unica cosa che posso consigliare, dopo la lettura di Baigent e Leigh, è quella dell'altra campana, ad esempio, fra i tanti, [2] (specialmente i capitoli 6 e 7) o [8].
Cari saluti,
Gian Pietro
Aggiunta postuma (18.24/II/2003)
Ciao Gian Pietro, buon anno.
Ho due quesiti che potrebbero essere tematiche da approfondire per Orarel.com grazie ad un'analisi testuale. Se riesci a scrivere alcune note illustrative te ne sarei grato.
1) La prima è un dubbio che mi ha fatto venire la traduzione dei Testimoni di Geova del primo paragrafo dell'inno di Giovanni. Loro traducono:
In principio era il Verbo
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era un dio.
Cosa dice il testo originale e come interpretarlo? Basta una piccola variazione e il senso cambia completamente.
2) La seconda cosa è tratta dal NG di it.cultura.religioni titolato "Cristo conosceva davvero il Padre!!!".
Cristo conosceva davvero il Padre, lo conosceva come vendicativo e "Tentatore", ovvero "Satan", dal momento che le due parole al tempo di Cristo avevano lo stesso significato. Ce ne da' prova inequivocabile nell'unica preghiera che insegna ai fedeli, ovvero il Padre Nostro. Mt 6/13...............Kai me' eisenenken emas eis peirasmon, ovvero ...e non c'indurre in tentazione.........peraltro traduzione ammorbidita, in quanto il verbo eisenenken e' il cong aor attivo del verbo "Eisfero", che significa " portare dentro" composto da Eis + fero ( es. Luci-fero) significato che va ben oltre al " indurre in tentazione" . Quindi "non portarci dentro alla prova"...). Cio' significa che Cristo e' altra cosa da Dio, (cioe' non Consustanziale) dal momento che ci e' stato presentato come Amore, incapacita' di "portare al male", quindi due Entita' soprattutto moralmente distinte, cioe' due "Divinita' " antitetiche.
Rimane un'altra considerazione spicciola, terra / terra. Satana e' "tentatore" lo sappiamo, e' il suo ruolo, quindi mette alla prova l'essere umano, il quale puo' o non puo' in funzione della qualita' e scaltrezza della Tentazione , peccare. Ma anche Dio "tenta", ce l'ha detto Cristo. Quindi come facciamo ad imputare tutte le sciagure, catastrofi, peccati in generale, alla sola azione del Maligno? Perche' si prega e impreca sempre contro Satana, e mai conto Dio, dal momento che non si puo' distinguere la matrice del Male?
Ciao Massimo
Caro Massimo,
confrontiamo subito la traduzione dei Testimoni di Geova
MZ> In principio era il Verbo
MZ> e il Verbo era presso Dio
MZ> e il Verbo era un dio.
con quella della CEI comunemente usata in ambito cattolico:
In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Provo quindi ha darti una traduzione letterale (ovvero ho mantenuto gli articoli e l'ordine delle parole) del testo originale in greco:
In principio era il "verbo",
e il "verbo" era presso il Dio,
e Dio era il "verbo".
Innanzitutto -ma questo è un problema personale- non sopporto la traduzione di lògos con l'italiano "verbo", traduzione tradizionale chiaramente derivata dal latino verbum che però significa "parola" (pensa al famoso proverbio scripta manent, verba volant). In italiano "verbo" evoca casomai (soprattutto per i ragazzi scolarizzati) qualcosa tipo "il verbo 'essere'" e non bisogna assolutamente dare per scontato che i fedeli ne capiscano il significato in questo contesto. Ma perché allora si è tradotto "verbo"? Il problema è che in italiano "parola" è un sostantivo femminile e, siccome il "verbo" di cui si parla qui è Gesù che è un uomo maschio, scocciava dover ricorrere a questo femminile. A mio avviso la traduzione italiana corretta è senza dubbio "in principio era colui che è la parola", in accordo con la spesso sottovalutata Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente (TILC):
Al principio, c'era colui che è "la Parola". Egli era con Dio; Egli era Dio.
A questo proposito vale la pena ricordare un altro "in principio", quello di Genesi 1,1, in cui la creazione avviene attraverso la parola di Dio. Non appartiene quindi certo alla cultura ebraica il proverbio di cui sopra: le parole non "volano" ma creano! Questo brano della Genesi è testimone di un tempo in cui l'oralità era un valore positivo e il sapere si tramandava da bocca a orecchio -"chi ha orecchi per intendere..."- tramite un rapporto umano di fiducia da maestro ad allievo. D'altronde prima dell'invenzione della stampa era più facile introdurre errori in un testo copiandolo per scritto che imparandolo a memoria con sofisticate tecniche mnemoniche. [Vedi anche la Premessa sulla liturgia della Parola]
Ora torniamo sulla mia traduzione letterale "Dio era il Verbo" che, pur avendo ricalcato l'ordine delle parole greche e l'assenza di articolo determinativo davanti a "